Le gaffe di Berlusconi saranno storiche, quelle di Biden leggendarie, ma anche Sarkozy nel suo piccolo non scherza: il governo di Parigi non ha invitato formalmente la regina Elisabetta in occasione delle celebrazioni indette per il sessantacinquesimo anniversario dello sbarco in Normandia, scatenando l’ira dell’editorialista del Daily Stephen Glover.
L’opinionista, dopo aver criticato duramente Gordon Brown (reo di non aver preso in giusta considerazione un evento di tale importanza), ha etichettato il presidente francese come «un folle egomaniaco», giustamente accasatosi con la signora Bruni, «il cui unico interesse nella vita è mostrare il suo corpo per ricavarne il massimo vantaggio» (testualmente: «whose chief interest in life appears to be showing off her body to the best possible advantage»).
Meno convincente, o più marcatamente nazionalistica, l’interpretazione sull’equivoco diplomatico nella seconda parte del pezzo, laddove il giornalista britannico imputa all’establishment politico d’oltralpe l’incapacità di riuscire a perdonare la Gran Bretagna per aver salvato il popolo francese «dalla disfatta durante la Seconda guerra mondiale».
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Se guardassimo la storia italiana con un approccio lungimirante, senza tradurre tutto nella gretta formula degli interessi di bottega di questa o quella contrada, ci renderemmo immediatamente conto di alcuni dati di fondo che caratterizzano l’assetto dello Stivale. In primo luogo non è mai stato posto il problema di come stabilizzare il sistema costituzionale. E’ sufficiente controllare quanto siano state sottovalutate dalle diverse e alternative coalizioni le due priorità fondamentali per una corretta declinazione dell’essenza democratica: avere un governo di legislatura e consentire l’avvicendamento di leadership concorrenti alla guida del paese. In 148 anni dalla fondazione del Regno abbiamo avuto più di 150 Esecutivi, due Costituzioni promulgate e tre regimi politici che hanno segnato il passaggio dallo Stato censitario allo Stato democratico, attraverso le complesse vicende legate all’esperienza dell’autoritarismo. Con l’adozione della forma repubblicana, in un contesto internazionale complicato e statico qual è stato quello della guerra fredda, la situazione – se è possibile – è persino peggiorata.
Nel 1989 si prese atto del vuoto pneumatico celato sotto il ginepraio: una classe dirigente stordita dall’impossibilità di realizzare gli input provenienti dalla società ha assistito al crollo del blocco sovietico aspettando l’onda lunga degli eventi, senza proporre nuove formule alternative alle ispirazioni ideologiche del passato, con la sola eccezione di Bettino Craxi, che – nonostante gli scandali – ebbe il merito di progettare un’impostazione politica dotata di ragguardevole dignità culturale. Il risultato è stato uno scontro tra poteri: la dilagante corruzione pubblica e l’annidato malcostume tangentizio aprirono uno spiraglio d’intervento alla magistratura che, forte del consenso popolare in un paese trasformista per definizione, riuscì a giocare un ruolo da protagonista nel complesso scacchiere dell’Italia di quegli anni. Ma il potere logora, con buona pace di Andreotti, e così anche la “classe autonoma” per eccellenza si è presto ritrovata ostaggio delle correnti associative.
«Fino a Tangentopoli, e fino a qualche anno fa, il problema era dell’indipendenza della magistratura dal potere politico, adesso è dell’indipendenza del magistrato rispetto alla magistratura».
Sono parole scritte dal pugno di Clementina Forleo e riportate in un libro pubblicato alla fine del 2008 da Aliberti editore.
(continua…)
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Chissà se lo chiama Papi.
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La stampa britannica, che l’editorialista dell’Unità pervicacemente cita, è pronta ad ammettere i propri errori quando li commette.
«The above report originally quoted Anna Palumbo, the mother of Noemi Letizia, saying that she hoped Silvio Berlusconi could do for her daughter what he did not manage to do for her, implying that she had known Mr. Berlusconi in the 1980s during her early TV career. This quote was, in fact, given to an Italian journalist and was mistranslated in our report. Ms. Palumbo was not referring to Mr. Berlusconi when she said “il Signore”, but to “The Lord”, meaning God. There was, therefore, no implication that she knew Mr. Berlusconi in the 1980s. We apologise for any embarrassment caused».
Travaglio, nelle medesime condizioni, ebbe una reazione molto diversa.
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La fandonia della “migliore protezione giuridica” per i prigionieri è l’ultimo omaggio ad una retorica buonista che nega l’essenza cruda delle cose: Guantanamo serve e servirà al governo degli Stati Uniti per proteggere il paese dagli attacchi terroristici, e le foto scabrose delle torture, perpetrate dai militari americani negli scenari di guerra, non verranno divulgate dalla Casa Bianca per motivi di sicurezza. La trasparenza e l’inversione di rotta promesse da Obama durante la campagna elettorale vengono riposte in soffitta, mentre i democratici optano per l’adozione pressoché integrale della collaudata linea Cheney.
Puntuale l’appunto di Commentary:
«President Obama, and the country at large, is finding out that George W. Bush’s most controversial policies were not born of ideological delusion, American arrogance, or missionary zeal. They were imperfect but sound (with the exception of our ties to Riyadh) responses to complicated threats. But the validation of the last president runs a very distant second to the most compelling aspect of all this: the drama over CIA interrogations and Guantanamo will hopefully serve to set the administration on a more serious national security course. And it would be helpful if the American public finally dropped moral outrage as the preferred mode of political argumentation».
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Breve premessa: il divorzio tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario dovrebbe restare una vicenda privata, una complicata querelle familiare su cui il sipario dovrebbe determinare il silenzio dell’oblio. Trovo tuttavia surreale e grottesco al tempo stesso che i due soggetti interessati continuino ad alimentare il can can mediatico delle accuse a mezzo stampa, chiedendo parimenti il rispetto della privacy.
Repubblica segue legittimamente un’altra linea, marcatamente politica con buona pace delle dichiarazioni di facciata: il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha deciso di cavalcare il tema tra le dichiarazioni oggettivamente contraddittorie del Presidente del Consiglio e cerca così di scalfire quella granitica popolarità che si sta cementificando sotto l’effige del Cavaliere di Arcore. Una popolarità che potrebbe essere intaccata, a mio modesto avviso, con argomentazioni più consistenti, come il sensibile calo del prodotto interno lordo in questo semestre. Epperò sbattere “Papi” in prima pagina ha due effetti immediati: crea un caso che si affianca alle perplessità economiche, senza sostituirle, nell’immaginario collettivo dell’elettorato moderato e aumenta consistentemente la tiratura delle vendite.
(continua…)
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«I ragazzi cubani che Yoani Sanchez sostiene vivono solo privazioni sanno perfettamente, infatti, che queste conquiste sociali rendono Cuba, pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato».
Come dire: suvvia essere schiavi della Apple è di gran lunga un male peggiore rispetto a qualche limite posto alla libertà d’espressione. Anche perché il sistema capitalista produce terrore, miseria e morte. E bla, bla, bla. Restano eluse tutta una serie di domande che “la bloggera” in questione pone. Minà chiederà a Fidel come mai non decreta un’amnistia per Adolfo Fernández Saínz e per i suoi colleghi, che hanno già scontato sei anni di galera per delitti di opinione? Sì o no? Domanderà al líder máximo come mai per accedere agli studi di livello superiore si deve dimostrare di possedere una serie di requisiti ideologici in un grande paese con un governo attento “all’afflato sociale”? Sì o no?
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