Se non fosse di cattivo gusto, il dibattito familiare tra Silvio e Veronica sulla presenza delle veline in politica sarebbe perfino allettante. Già, perché è curioso notare come la sinistra sia pronta ad issare l’effige della moglie di Berlusconi pur di ottenere un briciolo di consenso in più nella tornata della disfatta annunciata.
Ed è curioso evidenziare come questo sia un ricorso storico di vichiana memoria, giacché non abbiamo relegato nell’oblio l’immagine della signora Lario che pretende le scuse del marito a mezzo stampa. Sarebbe più semplice, per noi osservatori, discutere dei problemi seri di questo paese se moglie e marito, sfruttando magari qualche promozione telefonica particolare, decidessero di conversare riservatamente sulla natura delle liste elettorali, senza tediare l’opinione pubblica.
Parimenti curioso è notare come nelle liste del Partito Democratico figurino, tra i candidati, due nomi apparentemente di spessore: quello del sindaco di Bologna Sergio Cofferati e il meno ideologizzato mezzobusto di Raiuno David Sassoli.
L’ex segretario della Cgil, recentemente condannato per condotta antisindacale, non ha mai avuto il pregio della coerenza: quanti lo ricordano alla guida della confederazione col maggior numero di iscritti, sicuramente rammenteranno la promessa di ritornare, a fine mandato, alla Pirelli, laddove la sua coscienza sociale si era sviluppata in piena autonomia dagli apparati di partito. Intendiamoci: qui non è in discussione un giudizio sull’operato politico dell’amministratore Cofferati (sebbene anche quello, per chi scrive, non è certo lusinghiero), bensì l’opportunità di presentare il suo nome nel consesso elettorale europeo. Qualche mese fa, infatti, fu lo stesso primo cittadino ad annunciare un po’ a sorpresa la decisione di non ripresentarsi alla guida del centrosinistra nelle amministrative comunali. Il ragionamento era nobile perché familiare: «è impossibile fare il genitore a Genova e il sindaco a Bologna», disse suscitando sconcerto per il suo candore. Un bambino ha bisogno di attenzioni ed è giusto che papà Sergio sia presente. Come tutto ciò si possa coniugare con una scontata elezione tra Bruxelles e Strasburgo è per me materiale investigativo degno di X-Files.
(continua…)
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L’ultimo pezzo di Michael Barone ci offre la possibilità di cogliere due spunti di riflessione utili sulla politica di Obama. Nella prima parte dell’editoriale, l’opinionista si dedica alla strategia economica adottata dalla Casa Bianca nell’ambito del processo di rilancio del sistema statunitense. L’aumento della spesa pubblica coincide con l’incremento della pressione fiscale e ciò non sembra essere frutto di una “misura-tampone” dovuta alla crisi congiunturale, quanto piuttosto di una decisione culturale sulla base di riflessioni concernenti la natura strutturale stessa del sistema.
«This is apparent in the budget he has presented for the next fiscal year and its projections for the years to come. Government spending is scheduled to rise as a percentage of the economy. This will be accomplished by raising taxes and, even more, by borrowing that will double the national debt in five years and nearly triple it in 10 years. This trajectory can be altered in the future, but much of it is set in stone by the $3 trillion-plus deficit that will, give or take a few hundred billion, be produced by the budget voted this year».
In secondo luogo, Barone si sofferma sulla politica estera democratica, solo apparentemente più europea.
«Abroad, Obama has eschewed American “arrogance” and embraced the European model of diplomatic engagement and avoidance of confrontation. He argues that if we show “persistence” in apologizing for America’s past and willingness to negotiate with Mahmoud Ahmedinejad and shake hands with Hugo Chavez, they will come to recognize our good will and make concessions they would otherwise refuse. Perhaps. But one recalls that this was the European response to the genocide in its own back yard by Serbia’s Slobodan Milosevic and that he was brought to justice only by the force of American arms. That lesson has not been lost on Obama who, for all his rhetoric, has ordered troop increases in Afghanistan despite the refusal of Europeans to do more».
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La procura di Milano sbarca in Olanda. Adesso prendetevi Travaglio.
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«La svolta di Fiuggi con la creazione di An alleggeriva il peso del passato, con un riconoscimento anche al valore e alle ragioni dell’antifascismo che rientrava pienamente in una logica nazionale. Perché nella storia di un popolo, di una nazione, devono essere compresi anche “gli altri”. La storia concepita in chiave nazionale non può escludere altri compatrioti ed è quindi necessariamente una sintesi di opposti ideali e interessi. Ma persino nel ricambio delle generazioni la generosa esigenza di comprendere i nonni degli altri non dovrebbe spingersi sino a rinnegare i propri. Tuttavia, rifatti i conti, con passar del tempo la rendita dei consensi è sempre più esigua, le madri dei caduti sono morte, i più giovani tra i reduci di allora si ritrovano ultraottantenni da un funerale all’altro, mentre incomprensioni, pesi, prezzi, ricatti diventano sempre più insidiosi. Il realismo politico nel mercato elettorale del Duemila, dove i calcoli impegnano più delle passioni, porta a scaricarli, come i nonni in corsia e i cani in autostrada, imboccando con minori impedimenti le vacanze dalla storia della prima metà del Novecento». Giano Accame.
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«Bruno Vespa non è un santo del mio paradiso televisivo ma sarebbe disonesto non riconoscergli il lavoro profuso in questi giorni per documentare la tragedia che ha colpito la sua città. […] Vespa indicava un luogo, evocava una persona, si soffermava sulla facciata di una chiesa e subito scaturivano i ricordi, le reminiscenze giovanili, i rimpianti. Nella polvere si intravedevano o si intuivano i profili di una casa, o di una cosa che ancora si muoveva: uno scenario d’inferno. Ma i tormenti non sarebbero tali, se non ci fosse la speranza tenue, ma pur sempre speranza, che essi possano un giorno venir meno».
Aldo Grasso, Corriere della Sera, 12 aprile 2009.
«A parte lo sciacallaggio di andare a intervistare le persone che avevano appena perso tutto nel terremoto, ho assistito sgomenta all’appello di Vespa ripetuto ogni tre minuti a donare soldi per ricostruire le chiese. È questa l’urgenza? Per me è illegittimo raccogliere fondi a favore di uno stato straniero proprio nel momento della tragedia. E la Rai non ha niente da dire su questo? ».
Sabina Guzzanti, la Repubblica, 16 aprile 2009
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Oggi la memoria naufraga inesorabilmente tra le pagine di storia del passato recente e si perde a Primavalle. Un tempo si sarebbe gridato vendetta al cielo, oggi mi accontento di chiedere giustizia. In alto i cuori.
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