L’atteggiamento dei benpensanti nei confronti dell’affaire Williamson o, per meglio dire, la condotta di disgusto laico tenuta dal fior fiore della stampa nazionale, in merito a presunte responsabilità da imputare a Papa Ratzinger per le dichiarazioni antistoriche e antisemite del vescovo lefebvriano, è esilarante come un buon libro di Groucho Marx; o almeno dovrebbe oggettivamente far sorridere i lettori dotati di sense of humour, se una sconsolante amarezza non prendesse il sopravvento sull’ironia dei refusi logici dettati dalla faziosità.
Prima di discutere su quanto è accaduto, bisogna mettere ordine in merito alle due questioni di fondo che si sono misticamente e maliziosamente intrecciate: un conto è la revoca della scomunica nei confronti dei padri lefebvriani; altro discorso è quello storico che concerne l’esistenza delle camere a gas. Partiamo dal primo punto citato. Cos’è la scomunica? Tecnicamente, per chi crede, è un atto estremamente grave e oneroso con cui Santa Romana Chiesa si riserva, alla luce delle gravi infrazioni alla morale e alla dottrina, la facoltà di espellere un individuo o un’intera comunità eretica dalle proprie fila. Un provvedimento pesante, per usare un eufemismo sportivo un cartellino rosso che, nella concezione spirituale dei fedeli, potrebbe comportare perfino la dannazione eterna. E l’Eternità, da che mondo è mondo, è piuttosto lunga nell’immaginario collettivo.
Ma per un laico, per chi giudica l’atto in sé indipendentemente dall’effetto domino nei secoli dei secoli, cos’è la scomunica? Ha risposto indirettamente a questo quesito il direttore del Riformista, Antonio Polito, che in un editoriale ha definito l’atto come l’antitesi dei valori liberali in uno Stato di diritto, l’equivalente della persecuzione giudiziaria per un reato d’opinione. Giuste o sbagliate che siano le valutazioni di fondo, come giusti o sbagliati possono essere i processi imbastiti dalla magistratura. Chiedere pertanto l’allontanamento di un’intera comunità per le posizioni raccapriccianti espresse da uno o più membri della stessa, appare – come dire? – laicamente un po’ troppo radicale perfino per questa martoriata Repubblica.
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A pochi giorni dall’insediamento, il neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato un ordine esecutivo che cancella il divieto di finanziare con fondi federali le associazioni e i gruppi internazionali che promuovono l’aborto all’estero. In piena tradizione con la linea democratica, il quarantaquattresimo erede di George Washington ha tecnicamente riproposto le scelte dell’amministrazione Clinton, contravvenendo alla prassi politica che i repubblicani hanno adottato in materia dall’epoca di Reagan. Una mossa audace per rappresentare in maniera radicale la discontinuità rispetto al precedente inquilino della Stanza Ovale, un favore alle lobby del Pd ed un messaggio alla base per placare gli animi e ricordare che dal 2009 tutto sarà possibile.
Nel giorno del trentaseiesimo anniversario della sentenza Roe vs Wade che ha legalizzato la pratica abortiva oltreoceano, l’ex senatore dell’Illinois ha fatto appello in un comunicato alle diverse coscienze che conducono battaglie politiche in tema di interruzione di gravidanza, evidenziando la necessità di trovare un punto di incontro, nel rispetto della libera scelta delle donne. Parole che agli esponenti pro-life sono apparse provocatorie per l’implicita presa di posizione e che hanno suscitato una secca reprimenda del Vaticano. La Marcia per la Vita, celebrata dopo l’insediamento, ha visto aderire circa 250mila attivisti e gli analisti dell’establishment dell’Asinello non hanno potuto ignorare un segnale di disagio nei confronti di un presidente che durante tutta la campagna elettorale ha lottato in lungo e in largo contro la faziosità di chi lo rappresentava estremista, salvo poi rivendicare le originarie posizioni ideologiche del partito di riferimento una volta raggiunta la stanza dei bottoni.
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Splendido pezzo della Conlon sulle colonne del National Review.
«The advent of the Obama administration brings a familiar darkness back to Washington. As it was with Bill Clinton, it seems that abortion will be the only ground over which our new leader will not negotiate. He promised as much at a Planned Parenthood function last year, and there’s no reason not to take him at his word. Abortion is, in fact, the only issue Obama has a record on. And while the press hasn’t trumpeted it, attention was paid after his careless “above my pay grade” dismissal of Rick Warren’s question about when “a baby gets human rights”—enough so that no responsible voter could claim ignorance of Obama’s history of abortion extremism. Why is there such need to extinguish all significance from the abortion act? A need so compelling that Obama would acquiesce in outright infanticide rather than support legislation—proposed in 2003 in the Illinois State Senate, of which he was then a member—to protect the lives of babies who survived bungled abortions? Obama, who gathered a winning coalition under the banner of “change we can believe in,” said “No” to this proposition a year after the U.S. Senate unanimously passed virtually identical legislation. Rescinding the Born-Alive Infants Protection Act (along with all other state and federal abortion regulations) is the kind of change Obama believes in». Anne Conlon.
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Il fascino del denaro sta distruggendo il calcio? Ipotesi possibile, forse anche realistica. Ma stasera non è il caso di discettare filosoficamente sulle ragioni della “depressione del pallone”, sulla deriva mercantilistica degli sport o sulla crisi economica non percepita dalle società calcistiche. In un mondo in cui i bilanci delle squadre sono dopati, esiste ancora qualcuno che è attaccato al valore della maglia, che sente la storia di un club come parte integrante della propria vita, qualcuno che è pronto a rinunciare a dieci milioni di euro annui pur di diventare, un domani, capitano del team più titolato al mondo. Grazie Ricardo, perché oltre ad essere un campione ed un professionista serio, sei prima di tutto un grande uomo.
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Capisco che la spropositata cifra di centocinquanta milioni di euro fa tremare le ginocchia alla dirigenza rossonera e comprendo, parimenti, che – a fronte di un incasso simile – la campagna acquisti della stagione successiva potrebbe essere sontuosa per l’Associazione Calcio Milan, cui – naturalmente – appartiene il mio cuore.
Resto però incerto sulle possibili implicazioni positive dell’operazione. Tecnicamente la squadra di Ancellotti perderebbe immediatamente il 60-70% della sua spinta propulsiva nelle scorribande offensive, mancando di incisività e rapidità, gli unici due elementi che – nelle ultime stagioni in chiaroscuro – hanno reso la snervante posizione in classifica più tollerabile. Basta guardare l’ultimo pareggio acciuffato all’Olimpico: un Kakà poco brillante ha inciso nelle azioni clou, servendo l’assist decisivo per la svolta del match e ripiegando in un lavoro di contegno che ha evidenziato, se mai ve ne fosse stato bisogno, il carattere umile del ragazzo.
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