Chiunque osservi la situazione internazionale è ben conscio dell’instabilità economica del mercato globale. Si può discutere sull’origine e sulle responsabilità delle problematiche emerse, sui fattori che hanno determinato il panico nei mercati internazionali, su Marx e su Keynes, ma non si può distogliere lo sguardo aspettando fideisticamente la fine della tempesta. Non lo possono fare gli Stati Uniti, non lo può fare – in un contesto assai più piccolo – il nostro paese. Non occorre, pertanto, che la classe politica si soffermi ad invocare un insano ottimismo gratuito così come, parallelamente, non giova al sistema-Italia la diffusione del panico, capace solo di aumentare l’effetto depressivo già visibile ad occhio nudo con i dati forniti dalle associazioni dei consumatori. Occorre razionalità e franchezza, coadiuvate da uno smisurato senso di responsabilità.
Il problema del Partito Democratico è piuttosto semplice: si chiama «ipocrisia», termine che traccia una netta linea di confine fra i doveri del politicamente corretto e il pieno compimento di una seria e matura riflessione sulla leadership politica veltroniana. E’ forse un riflesso che deriva da Botteghe Oscure, giacché le lotte correntizie in ambito democristiano sono quasi sempre avvenute in maniera più o meno cristallina sotto la luce del sole. Nel Pci no, c’era una linea precisa da seguire, dettami ideologici da ossequiare, una liturgia del potere interno e chi si ribellava, quando non veniva espulso, si trova impropriamente confinato in una frangia minoritaria. A volte erano i movimenti giovanili, che tentavano di svecchiare il mito progressista del sol dell’avvenire, altre volte erano i saggi anziani, abili nel paventare un eccesso di furore ideologico nella generazione degli anni di piombo. Indipendentemente dalle circostanze, si procedeva comunque per scomuniche.
Il Pd segue un altro spartito, ospitando al suo interno posizioni così variegate da rendere incognita l’essenza stessa del movimento, cioè i valori di fondo che – almeno teoricamente – dovrebbero creare una coscienza identitaria negli elettori militanti. Dal vecchio partito operaio si è compiuto un passaggio politologico al partito contenitore, il cui scopo non è delineare un disegno di classe o una visione della società, quanto piuttosto porsi come termine d’intermediazione fra le diverse coscienze nell’era della globalizzazione. Si rischia così la paralisi interna per un deficit di massa critica nel momento in cui la mediazione diventa incapacità di decidere e assume i contorni del paludismo centralistico. L’errore è forse a monte, cioè nella cieca volontà di attuare modelli bipartitici europei del tutto estranei al contesto italiano, sostanzialmente proporzionalista e non maggioritario.
Chissà cosa intendeva Bersani. Magari pensava all’abilità di Floris nel presentare un quadro informativo favorevole al Pd. No, no, sono malpensante. Sarà un’altra espressione piemontese, come la famosa sortita “abbiamo una banca”.
«Non siamo al di sopra delle parti. Noi crediamo nell'individuo, nella sua volontà e nella sua decenza. Noi ci opponiamo a qualsiasi violazione dei diritti individuali, provengano esse da monopoli di imprese private, monopoli dei sindacati, o da un governo troppo invadente. La gente potrà dire anche che siamo conservatori o perfino reazionari. Non siamo molto interessati alle etichette, ma se proprio ne dovessimo scegliere una, diremmo che siamo radicali. Radicali tanto quanto la dottrina cristiana».
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J.R.R.TOLKIEN
«Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».