In ambito liberaldemocratico i contrasti fra maggioranza e opposizione sono all’ordine del giorno. Quando il consenso è unanime o plebiscitario, a favore dell’una o dell’altra parte, qualcosa nei meccanismi istituzionali non va.
Qual è il discrimine che consente all’elettore di giudicare i programmi delle forze partitiche e ponderare così la sua preferenza? Semplice: la capacità di sintesi della classe dirigente, l’abilità nel produrre risposte politiche agli input provenienti dalla società.
Il no alla riforma Gelmini ha destabilizzato il clima sociale nei rapporti fra giovani generazioni e Parlamento, ma il problema – verosimilmente – è a monte, nell’incapacità cronica di contestualizzare un’iniziativa riformista in qualsiasi settore pubblico o privato del nostro sistema-Paese. Ora, se il clima di esasperazione sociale era facilmente ipotizzabile qualche anno or sono, con la presenza in Transatlantico di una nutrita pattuglia orgogliosamente comunista, oggi le istanze politiche portate avanti dal Pd pongono un’incognita emblematica di fronte alla protesta della piazza: un’opposizione degna di nota, che si candida in prospettiva futura a costituire una maggioranza di tipo laburista, può limitarsi a negare il valore delle battaglie condotte dal governo? O ha piuttosto il dovere morale di fornire agli elettori risposte politiche consistenti, non desunte dal lessico arcaico delle vecchie ideologie?
Andiamo a vedere i punti del “decalogo” veltroniano. Cito testualmente:
1 – Meritocrazia «Concorsi più rapidi, più meritocratici, più internazionali con meno nepotismi, localismi e lobbismi disciplinari»; 2 – Valutazione «Valutare le università per rimanere in Europa» tramite l’attivazione dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca); 3 – Basta finanziamenti a pioggia «Finanziare l’Università in base al merito»; 4 – Maggiore trasparenza «Finanziare la Ricerca con procedure trasparenti e internazionali»; 5 – Nuovo sistema gestione «La governance universitaria deve essere più responsabile, efficace ed efficiente»; 6 – Premi per i più bravi «Valutare periodicamente i risultati del lavoro ed incentivare i migliori»; 7 – Più docenti, meno precari «Più giovani professori e meno lunghi precariati»; 8 – Dottorati & Ricerca «Innalzare la qualità dei dottorati di ricerca per innalzare la qualità delle università»; 9 – Studenti protagonisti «Rendere protagonisti gli studenti assicurando il diritto allo studio e la mobilità in Italia e in Europa»; 10 – No ai tagli «Garantire più finanziamenti pubblici al sistema universitario e par condicio tra le università».
Immediatamente si percepisce la ripetitività nell’ambito progettuale. I punti 1, 3 e 6 sono pressoché identici. Medesime somiglianze si riscontrano tra i punti 4 e 5. Il tutto viene condito seguendo la consunta battaglia contro il precariato (un triste dato di fatto nell’Italia contemporanea), il classico no alla riduzione dei fondi e una presunta centralità degli studenti nelle nuove dinamiche accademiche (come fare il Pd non lo spiega). E questo è il punto fondamentale. Sarebbe facile, infatti, ricordare che quando il centrosinistra fu maggioranza, il Ministro Mussi si trovò a fronteggiare la cosiddetta “rivolta dei Rettori” contro i tagli promossi nella finanziaria 2007 da Padoa Schioppa. Sarebbe fin troppo semplice rammentare che, in quell’occasione, furono ridotte del 20% le spese per il funzionamento ordinario, colpendo così le strutture stesse che ospitano “i nostri ragazzi”. E sarebbe parimenti banale ricordare le intenzioni di Padoa Schioppa di decurtare 200 milioni di euro dal budget universitario per l’anno corrente. Tuttavia l’approccio che intendo adottare è di tipo culturale e va ben oltre le miserie della politica contemporanea, sulle cui macerie tante energie vengono spese vanamente a Piazza Navona. Questo blog si è occupato in passato ripetutamente della situazione dei nostri atenei. Chi scrive frequenta la facoltà di Scienze Politiche e dunque non è completamente estraneo alla querelle. Il paradosso delle discussioni strampalate che si sentono in giro sulla punta dei megafoni è che per la prima volta gli studenti difendono l’istituzione universitaria aprioristicamente, senza discutere nel merito dei servigi e del sapere scientifico che vengono loro trasmessi. E’ una battaglia di principio, un riflesso condizionato, un tic radicato nella coscienza di ciascuno di noi dopo anni di veterosindacalismo che ha portato nell’immaginario collettivo a discutere sulle riforme dell’Istruzione non partendo dai protagonisti attivi, da coloro che hanno davvero diritto ad un futuro sostenibile e vantano crediti formativi nei confronti delle facoltà italiane, i discenti, ma dalle esigenze economiche di rettorati, docenti e baronie varie. Si difendono gli sprechi, non le sovvenzioni al merito, i corsi di laurea per pochi intimi, le strumentalizzazioni della politica. Questo è l’aspetto più grave. Manifestare è un diritto inalienabile. Farlo con senno è, quantomeno, auspicabile.
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