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Rifondazione e le Farc

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In qualsiasi paese del mondo civile, le rivelazioni riportate oggi su Repubblica causerebbero un pandemonio politico: in Inghilterra, in Francia, in Germania, in tutto l’Occidente, gli equilibri interni esistenti risulterebbero sovvertiti, se si venisse a sapere che uomini e donne di governo hanno più o meno palesemente sostenuto una struttura considerata “terrorista” dalla comunità internazionale.

Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, un movimento clandestino che ha come fine l’instaurazione per via rivoluzionaria di una democrazia socialista nello Stato sudamericano, hanno tenuto negli anni passati rapporti costanti con un movimento politico presente nella compagine governativa prodiana. I maîtres à penser del sequestro di persona, che vantano – ad oggi – circa 700 ostaggi nelle loro “prigioni politiche”, avevano il sostegno, financo economico, del Partito della Rifondazione Comunista. Dal computer di Raul Reyes, uno dei leaders della guerriglia ucciso il primo marzo, emergono «appoggi espliciti, raccolta di fondi, scambio di informazioni e la vicenda di un rappresentante in Europa delle Farc che si ricovera in clinica in Svizzera a spese del partito». In una delle email rintracciate, Reyes definisce un «importante sostegno» quello svolto da Marco Consolo, responsabile dell’America Latina presso la sezione esteri del Prc.

Eppure, nonostante l’enorme peso politico della notizia, due osservazioni empiriche sono facilmente riscontrabili: primo, coloro che vengono menzionati da Omero Ciai rivendicano le scelte fatte in nome di una futura armonia tra i popoli; secondo, diversa sarebbe stata la reazione della stampa nostrana, Corriere in primis, se ad intrattenere rapporti con un’ipotetica anonima sequestri nazionalsocialista, fossero stati Gianfranco Fini e Francesco Storace. Sorprendentemente, infatti, la cassa di risonanza mediatica dell’evento è quantomeno poco ampia: la notizia viene diffusa perlopiù per trafiletti, con leggera malizia, come se fosse un semplice quadro di famiglia piuttosto imbarazzante. Lo sconcerto è superato dalla presa di coscienza di un mondo patinato, in bianco e nero, che agisce ancora in memoria dell’Internazionale Rossa.

Ma è corretta questa indulgenza? Si può tollerare tutto questo? Possibile che nessuno evidenzi l’anomalia implicita di avere all’interno dei confini democratici un partito non già concettualmente contrario alla globalizzazione, cosa del tutto legittima, bensì vicino agli ambienti che infuocano la crisi politica di una nazione, a furia di rapimenti e ricatti?

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Sinistra — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 23:43

Libera uscita

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«Umore instabile ed incoerenza sono le maggiori debolezze della natura umana». Joseph Addison.

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Destra — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 21:45

L’ottica federalista nel paese diviso

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L’editoriale di Scalfari sui rischi posti dalla sfida federalista rappresenta una cartina di tornasole del dibattito italiano. Naturalmente, nella riflessione che tra poco condividerò con voi lettori, cercherò di trascurare gli aspetti marginalmente “partitici” del problema. Cercherò, cioè, di prendere le dovute distanze dal pericoloso vortice populista che trascina in giudizi sommari sulle misure poste in atto da quella tal forza politica in quanto da essa nulla può provenire di buono.

E’ doveroso affermare come premessa alla riflessione che essere astrattamente federalisti è semplice e insulso al tempo stesso. Non si può professare un ideale politico in merito ad una diversa gestione dell’apparato amministrativo nazionale. Farlo equivarrebbe a partire da posizioni viziate, da compiacenza o discordanza nei confronti di quello che è un diffuso sentimento popolare. Ebbene il fondatore di Repubblica oggi scrive:

«Il federalismo è senza dubbio entrato nel sentimento degli italiani in questa fase della nostra vita pubblica, con un’intensità inversamente proporzionale all’attenuarsi del sentimento nazionale e di quello europeista. L’identità localistica, regionale e comunale, ha un netto sopravvento non tanto sulla nazione intesa come patria, quanto sullo Stato».

In realtà l’adesione allo spirito nazionale non contrasta necessariamente con una visione politica di stampo federalista, a meno che non si voglia maliziosamente generalizzare, forzando la logica e ritenendo i leghisti unici interpreti della dottrina regionalista. E’ pur vero che gli italiani amano parlar male del proprio paese e dei propri connazionali. Non vi è però, a mio modesto avviso, un intento polemico nei confronti dell’attore pubblico in quanto tale, bensì una deriva plebiscitaria di malcontento nei confronti della situazione generale. Conta poco il periodo, sia esso roseo o di lacrime e sangue, il malcontento è perenne e monta attraverso i secoli e investe politici di tutte le identità possibili: Giolitti, Nitti, Mussolini, Rudinì, Sonnino, Salandra, tutti – presto o tardi – hanno dovuto fare i conti col controverso rapporto che lega il binomio Italia/italiani. L’identificazione del nemico nello “Stato”, ossia in un ordinamento giuridico che si incarna in un apparato centrale al fine di imporre il rispetto di determinate norme emanate nell’interesse della collettività, è più che altro una battaglia idealistica che evidenzia l’allergia alle regole che spesso caratterizza il nostro popolo. Frutto, probabilmente, di un’eccessiva dovizia del Legislatore che ha condotto al risultato inatteso di un’iperanomia, quello schema mentale che contraddistingue l’equazione troppe leggi = nessuna legge. La riscoperta delle diverse realtà locali ha poi origini più profonde rispetto agli avvenimenti che nel’92 hanno portato alla distruzione della prima repubblica e all’affermazione, lenta e progressiva, di un movimento originale come quello leghista. Le modalità di coordinamento delle dinamiche economiche e sociali che si basano sul coinvolgimento di molteplici attori, aventi interessi diversi ma vincolati tra loro dalla consapevolezza di avere obiettivi comuni nella microdimensione, ha portato passo passo a una ridefinizione del ruolo del soggetto pubblico entro i canoni di pilotage, di direzione. Questo metodo non ha riguardato soltanto le istituzioni formali, né tantomeno è stato intuito dall’opinione pubblica. Ha influenzato piuttosto il processo di costruzione di relazioni volte allo sviluppo di capitale sociale, intellettuale e politico. Il territorio non può essere ridotto a semplice teatro di processi economici, in quanto essi stessi comprendono uno scambio d’informazioni e un coordinamento tra soggetti ed organizzazioni dotate d’intenzioni progettuali. Questo è l’approccio corretto per affrontare prospetticamente le sfide poste in atto dall’eventuale instaurazione di un modello federalista.

(continua…)

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Senza categoria — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 18:28

Servono meccanismi di selezione

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Il Popolo delle libertà è un ectoplasma di cui non sono entusiasta, eppure le sue tormentate vicissitudini fanno già discutere. L’ultima polemica, in ordine di tempo, è quella sorta in merito alle rivelazioni riportate dalla Stampa su un presunto atto notarile che sancirebbe una ripartizione percentuale delle deleghe in vista del congresso nazionale di formazione del movimento. Rumors verosimili, conoscendo la straordinaria propensione al dialogo del Cavaliere, che – dall’oggi al domani – sancì non molto tempo fa la nascita di un partito unitario composto, in quel dato momento storico, dalla sola struttura forzista. Se così fosse, naturalmente, i risvolti sarebbero inquietanti, in quanto in nome dell’unità i militanti, la vecchia “base”, dovrebbero rinunciare ad imporre la volontà della maggioranza e accettare nuovamente gli yesman di turno, scelti magari all’ombra di Villa La Certosa o sullo scafo del presidente della Camera. Se a ciò aggiungiamo una legge elettorale nazionale, stipulata dalle stesse persone, che ha privato il cittadino italiano della possibilità di esprimere la sua individuale preferenza in nome della governabilità, ebbene abbiamo un quadro non pienamente raggiante sotto l’aspetto democratico. Una querelle strutturale, che sia attenta alle diverse realtà identitarie e risulti egualmente rappresentativa delle diverse anime, probabilmente diverrà essenziale nel teatrino della politica, ma sarà poco allettante agli occhi del semplice elettore. Se ricerchiamo perciò qualcosa che disperatamente manca al partito che verrà, ebbene è facile riscontrare il deficit di persone culturalmente e politicamente forti e intelligenti (salvo rare eccezioni), indipendenti dalle leaderships dei vecchi organigrammi e capaci di portare un contributo intellettuale innovativo. Ecco perché l’idea di “nominare” esponenti di diverse correnti selezionati acriticamente in maniera algebrica sulla base di “quote” preimpostate in sede notarile appare un’operazione scellerata.

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Destra — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 20:23

Equidistanza forzata

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La Nato censura ufficialmente la condotta russa volta a imporre l’indipendenza dei territori georgiani dell’Ossezia meridionale. Il documento approvato all’unanimità dall’Alleanza atlantica definisce l’offensiva putiniana «sproporzionata, non conforme al ruolo di peacekeeping e incompatibile coi principi del regolamento pacifico dei conflitti stabiliti dall’Atto di Helsinki». Una posizione dura che perfino i ministri della tollerante Europa hanno abbracciato incondizionatamente. Un portavoce del governo tedesco, pochi minuti fa, ha rilasciato alle agenzie una dichiarazione dura nella quale ha manifestato perplessità sulla linea del Cremlino, evidenziando l’insoddisfazione dell’Esecutivo Merkel in merito alle promesse non rispettate sul ritiro delle truppe dal territorio georgiano. Frattanto la maggioranza parlamentare moscovita fa sapere che il Consiglio della Federazione, la Camera alta, è pronto ad avallare di fatto l’indipendenza delle aree separatiste (Abkhazia inclusa).

In questo contesto assai convulso, il ministro della Difesa italiano – pur non avendo evidenti competenze – tiene a precisare che l’atteggiamento della comunità internazionale deve essere prudente. Questa “prudenza” è imposta dalla necessità di capire le ragioni storiche e culturali della nuova Russia: «dal punto di vista dei russi – spiega il ministro in un’intervista rilasciata al Foglio (n.d.r.) – questo atteggiamento occidentale e della Nato può essere visto con grande sospetto. E personalmente, anche in altri tempi, ho sempre sostenuto che in casi del genere dovremmo coinvolgere il più possibile la Russia nelle decisioni». Questa compiacenza di fronte agli abusi provenienti dall’Est lascia oggettivamente perplessi. Nemmeno la Democrazia Cristiana, che pure era il partito nazionale e mirava ad armonizzare i conflitti tra le diverse realtà politiche delle proprie correnti, ostentava una sorta di terzismo, di equidistanza fra Stati Uniti ed Unione Sovietica. L’impressione è che dietro l’appeasement italiano si celino ragioni squisitamente economiche: ragioni che coincidono con la speranza di ottenere l’adesione di Medvedev al Wto, concretizzando in sede internazionale la partnership commerciale fra Italia e Russia. Dal presidente operaio che ha conquistato Palazzo Chigi sviscerando l’anticomunismo nazionale e dagli eredi del Movimento Sociale Italiano, onestamente, ci saremmo aspettati una condotta diversa.

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Destra — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 14:41

Il provincialismo europeo

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«Credo che Gesù Cristo sia morto per i miei peccati e che grazie a Lui io mi sia redento. Questa, per me, è una fonte di forza e di sostegno quotidiano». Staccate la spina della razionalità, usate l’immaginazione: rileggete la citazione e attribuite la professione di fede ad un politico italiano di qualsivoglia schieramento. Sapreste dirmi, su due piedi, i titoli dei principali quotidiani in edicola il giorno seguente? Io una vaga idea l’avrei. Ve la espongo.

Se l’incauto assertore fosse di destra, la stampa socialmente impegnata in difesa della laicità dello Stato denuncerebbe il complotto “vaticanista” del governo, sempre più propenso ad entrare nei meandri della Santa Sede e sempre meno attivo in difesa del diritto “liberale” di ciascuno di noi ad avere una netta separazione fra Stato e Chiesa. Forse Micromega uscirebbe con un numero in edizione straordinaria. Il discorso diverrebbe solo in parte diverso se, a manifestare la propria formazione spirituale, fosse una figura di spicco del Partito Democratico. In questo caso i soliti sospettosi, potrei fare i nomi ma non sarebbe elegante, ignorerebbero le tematiche sollevate nel dibattito pubblico, eviterebbero di riflettere sul senso profondo della spiritualità e punterebbero l’indice sul tentativo di riabilitazione del progetto veltroniano, orfano di consensi, in cerca di una paternità papista.

Negli Stati Uniti, che troppo spesso riteniamo affetti da provincialismo, questi tic inconsci propri del modello nazionale vengono facilmente bypassati. Barack Obama può tranquillamente rivendicare la paternità di quella frase, pronunciata in un incontro pubblico all’interno di una chiesa californiana. Incontro nel quale ha ammesso di aver fatto uso di sostanze stupefacenti e di esserne religiosamente pentito. E questo non perché l’America è un paese bigotto, che ha poca dimestichezza con la separazione della sfera privata da quella pubblica. Tutt’altro. L’America può permettersi di costruire un confronto sereno su queste materie in quanto l’opinione pubblica ha maturato una netta percezione di quella che è la realtà politica del proprio sistema. Sanno, cioè, gli statunitensi, che non si tratta di un tentativo della Chiesa di occupare lo Stato, bensì di una riflessione, di un confronto per l’appunto, tra fede e politica. Ecco perché non si teme di apostrofare Bin Laden e i suoi seguaci come frutto del male, mentre da noi resiste – perfino in alcune aule giudiziarie – la perniciosa tentazione di distinguere i guerriglieri dai terroristi.

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Religione — Tag:, , , , , — Giuseppe Lombardo @ 20:11

Tu cosa faresti?

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Senza categoria — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 21:47
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