O Via Almirante o via Bocca
Fatto salvo il doveroso rispetto che si deve alla memoria storica di una comunità martoriata come quella ebraica, resto allibito per lo stupore generale che ha accolto la proposta del sindaco Alemanno di dedicare una via a Giorgio Almirante, già segretario del Movimento Sociale Italiano e preconizzatore della nuova destra con la creazione negli anni ’70 della cosiddetta Costituente.
Nel nostro paese numerose strade sono ancor oggi intestate a Mao, a Stalin, a Lenin, a Marx e a Tito. Le giunte di sinistra tentennano di fronte agli orrori perpetrati nel passato in nome e per conto dei suddetti “lider maximi”. Perfino il ricordo di Carlo Giuliani, non si sa bene per quale nobile servigio alla patria, ha ottenuto l’agognato riconoscimento. Ma per Almirante il coro di vergini della stampa democratica grida allo scandalo. Ma come? Un progetto nuovo, il Popolo delle Libertà, parte da un tributo ad uno squadrista? C’è chi semina odio per passione, chi lo fa per mestiere. Poco cambia: preferiscono ricordare l’Almirante pischello, vittima di una guerra civile, colpevole di essere dalla parte dei vinti, piuttosto che l’Almirante politico, colui che consegnò il fascismo alla storia molto prima di Fiuggi, colui che non esitò ad invocare pene drastiche – perfino la pena capitale – per chi, dalla sua parte, impudentemente impugnava le armi contro lo Stato o contro i compagni. Che senso ha presentare il libro di Giampaolo Mattei e rendere alla sua famiglia il giusto tributo, se tuttora permane quella forma mentis beceramente scorretta?
P.S. Concludo questa riflessione con un’incondizionata riserva di fiducia ai giornalisti di Repubblica e dell’Unità. Sono certo che la vostra coscienza democratica è ispirata da sani principi e che se non accettate la possibilità di redenzione di qualcuno, ergendovi a giudici supremi, è per un nobile spirito storico. Pertanto vi chiedo di provvedere ad una raccolta firme tra colleghi per invocare l’espulsione dall’albo professionale di un certo Giorgio Bocca, che il 14 agosto 1942 scrisse sulle colonne de La Provincia grande (organo dei fasci combattenti) queste infamanti riflessioni, che di certo non meritano minore indugio nella condanna dell’uomo ad anni di distanza:
«Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù […] Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere, in un tempo non lontano, essere schiavo degli ebrei?».
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