La guida di Spencer
Il libro di Robert Spencer, direttore del Jihad Watch e membro aggiuntivo del Free Congress Foundation, è un piccolo manuale politicamente scorretto sulle origini e sull’essenza dell’Islam. L’autore sembra voler sfidare le coscienze dei benpensanti, dei cultori del relativismo accademico, proponendo una visione storica della religione di Maometto.
Certo, l’intento è lodevole – anche perché in ogni capitolo vi è un apposito paragrafo in cui si confrontano i testi del Corano con quelli della Bibbia, smantellando tanti tabù dei filoislamisti – ma ad una lettura approfondita il tomo pecca di partigianeria: l’impressione è che Spencer, autore di mirabili fatiche (anche lessicali, essendo l’arabo una lingua consonantistica basata sulla radice semantica dei termini) trascuri talora gli aspetti meno opachi della filosofia musulmana, avallando l’idea dello scontro di civiltà. Non vogliamo spendere vanamente l’energia in un dibattito culturale già logoro da tempo. Vogliamo però ribadire che l’islam non può essere ridotto ad al Qaeda e che una visione manicheista del dibattito culturale tra religioni può portare soltanto indietro la clessidra del tempo. Bisogna riconoscere le proprie radici, e in questo l’autore compie opera mirabile, illuminando con gli studi una reale conoscenza del mondo arabo. Parimenti occorrerà cercare a livello istituzionale interlocutori autorevoli: molti equivoci pesano sulla stessa parola Islam, che viene dalla radice S-L-M, designata a esprimere l’integrità, l’essere al riparo sotto la protezione di Dio, e la cui forma nominale Salam significa esattamente “pace”. Quindi Islam può tradursi, in via teorica, come l’essere sottomessi a Dio nella pace: una visione spesso nascosta dai signori delle moschee nostrane. Compito della classe dirigente sarà rielaborare le nozioni di questo libro e di altri tomi ugualmente autorevoli, ricercando gli imam o le figure eminenti del mondo orientale che condividono la forma mentis liberale, con ovvio ed esclusivo riguardo nei confronti di quanti assumono impegni politici per vivere in un mondo pacifico all’insegna della comunanza dei valori fondamentali.
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Esattamente due anni fa Letizia Moratti venne fischiata e contestata per la sua partecipazione al corteo del 25 aprile. I manifestanti scandirono slogan sulla sua connivenza col nuovo duce di Arcore, inscenando un siparietto piuttosto grottesco al grido “Milano ti ripudia”. Nel corso della stessa manifestazione, i medesimi soggetti pensarono che un atto antimperialista fosse dovuto e decisero di bruciare alcune bandiere d’Israele, contestando la brigata ebraica. Una velina di quelle ore può essere più esaustiva di mille parole: «Il candidato sindaco del centrodestra, che spingeva il padre Paolo Brichetto, ex deportato al campo di concentramento di Dachau e decorato con medaglie alla Resistenza dal presidente Ciampi, ha deciso di abbandonare la manifestazione».







