
In queste ore i dispacci delle agenzie lasciano trapelare una desolante realtà nello scenario internazionale: l’esercito cinese ha inviato i carri armati nel centro della capitale tibetana e gli agenti in tenuta anti-sommossa hanno sfollato i manifestanti del movimento per l’autonomia, sparando diversi colpi di arma da fuoco sui cittadini e sui monaci buddisti. Lhasa è in fiamme, bruciano diversi edifici soprattutto nella parte antica della città. I tre principali monasteri sono stati accerchiati da migliaia di soldati e due bonzi di Drepung verserebbero, secondo fonti non ufficiali, in condizioni critiche dopo aver tentato il suicidio tagliandosi le vene. Il regime cinese esprime il suo rancore nei confronti del can can mediatico tramite l’agenzia Xinhua, ribadendo come «il governo della regione autonoma (governo insediato dai dirigenti del Partito Comunista di Pechino, n.d.G.L.) afferma di avere prove sufficienti che il recente sabotaggio è stato organizzato, premeditato e diretto dalla cricca del Dalai Lama». «Le violenze, inclusi pestaggi, saccheggi e incendi – continua il comunicato – hanno scombussolato l’ordine pubblico e messo a repentaglio la vita e le proprietà della gente». L’autorità morale buddista ha risposto fermamente evidenziando come l’unità e la stabilità ottenute «con la forza bruta sono soltanto, nel migliore dei casi, una soluzione temporanea. Non è realistico aspettarsi l’unità e la stabilità con un governo del genere». Il paese di Mao aveva recentemente difeso a oltranza la repressione birmana, suscitando forti perplessità in seno alla comunità internazionale. Davvero vogliamo svolgere le olimpiadi in una realtà politica dispotica e restìa al rispetto e alla tutela dei diritti umani?
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Quando i collettivi studenteschi entrano in azione c’è da preoccuparsi: la storia di questo paese è sfregiata da cattivi maestri e dal clima d’odio che avvelena le battaglie politiche, sia nelle scuole che nelle sedi istituzionali. Le ferite degli anni di piombo non si sono ancora rimarginate eppure non riusciamo a stabilire un punto, una linea di confine, oltre la quale la polemica diventa sterile e dannosa, un insulto all’intelligenza collettiva della nostra comunità umana ed un atto criminale. Il senso di rispetto sacrale nei confronti del “diverso”, di chi non la pensa come noi, è uno dei punti deboli della nostra cultura. Tendiamo a esprimere giudizi con superficialità, sputiamo sentenze pretendendo di sapere tutto, non c’interroghiamo, non dubitiamo, proclamiamo tronfi di essere onniscienti e ci culliamo nell’onanismo intellettuale becero e arrogante. Vi sono dei debosciati organizzati in apposite tifoserie che colgono l’occasione per menare le mani, per alimentare un clima d’istigazione all’odio, di caccia alle streghe, sempre pronti ad additare il nemico, in una perenne diatriba tra destra e sinistra, tra fascisti e comunisti, tra guelfi e ghibellini.
Luciano Lanna, giornalista e intellettuale per definizione, direttore del Secolo d’Italia e legittima voce di un’autorevole espressione della destra italiana, è stato aggredito alla Sapienza insieme alla giovane e già navigata collaboratrice Annalisa Terranova. Sono stati assaliti, ricoperti d’insulti, malmenati e umiliati dagli sputi vergognosi di un gruppo di facinorosi. Il tutto in nome di una battaglia idealistica: il rifiuto del confronto sui temi etici all’interno di un ateneo pubblico. La concezione distorta del ruolo delle accademie in Italia è inquietante: sono diventate un campo di battaglia per piccoli cloni politicizzati, capipopolo spocchiosi, piuttosto che centri di discussione e di dialogo, dove il rispetto per le posizione altrui assume valenze quasi spirituali. Non ci può essere giustificazione alcuna. Qual è la colpa di Lanna? Quella di dirigere un quotidiano che ha radici storiche nel post-fascismo del Movimento Sociale Italiano? E con ciò? Il partito di Almirante e Romualdi era fatto di donne e uomini per bene, di persone che credevano nelle proprie idee e, secondo coscienza, servivano la patria con la propria passione politica, impegnando cuore e corpo in estenuanti campagne elettorali, all’ombra di una ghettizzazione culturale che li rendeva trinariciuti agli occhi della stampa di regime. Esprimo la mia più viva solidarietà al direttore del quotidiano di Alleanza Nazionale, barbaramente bistrattato da un gruppo di delinquenti e dai fiancheggiatori omissivi dell’informazione.
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Non condivido le cose che dici, ma ti sposterò a Montecitorio affinché tu possa dirle innocuamente.
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