La potenza dell’euro sorprende drammaticamente i mercati internazionali: il massimo storico sul dollaro viene praticamente aggiornato ogni ora. La corsa del petrolio, intanto, non accenna a frenare e i cento dollari al barile rappresentano una realtà tristemente assodata per i consumatori. Perché l’emergenza energetica è innegabile e le fonti rinnovabili non sembrano una soluzione proporzionalmente adeguata ai nostri standard di consumo, con buona pace dei marx-ambientalisti. L’Unione ha riveduto i parametri di crescita, data la crisi dei mutui, sancendo che nella migliore delle ipotesi l’Italia avrà un incremento dello 0,7% del Pil, mentre – nel caso peggiore – si verificherà per il nostro paese una rovinosa recessione. In realtà tale aggettivo non viene espressamente pronunciato dagli esperti internazionali, ma se teniamo conto della congiuntura critica in cui versa il Sistema Italia da almeno quindici anni, allora dobbiamo realisticamente ammettere le prospettive meno esaltanti. A fronte di questa situazione, bisogna annotare la diminuita rissosità politica, indice probabilmente di un accordo tra nomenklature per un piano strategico post-elettorale. L’artificiosità programmatica resta però il minimo comune denominatore di queste consultazioni: Veltroni e Berlusconi presentano in maniera speculare una visione rosea del Paese, assumendo verosimilmente impegni difficili da realizzare. Resta l’apatia politica di fronte ai temi etici e morali: il segretario del Partito Democratico invoca pragmatismo, invitando i cattolici a seguire la propria coscienza in armonia coi valori universali; per contro il Cavaliere, annoiato dalle baruffe sulla libertà di coscienza, inventa l’anarchia etica del suo partito di riferimento, sotterfugi efficace per divincolarsi dalla stretta morsa di chi pretende una presa di posizione.
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Il pressappochismo intellettuale che caratterizza questa mesta campagna elettorale di cristallo fa riflettere. Fa riflettere, innanzitutto, l’idea che gli elettori debbano ancora una volta effettuare una scelta di campo. Abbiamo già espresso le nostre riserve sul leitmotiv bipartitico, evidenziando come la concreta semplificazione del quadro politico sia auspicabile soltanto in presenza di una reale sintesi delle culture che stanno oggi alla base dei diversi movimenti. Cosa c’entrano i radicali con il progetto riformista è ignoto. Parallelamente ignoto risulta l’esito di quel processo formativo guidato dalla buonanima di Adornato, trasmigrato frattanto nelle fila dell’Udc. Se però il problema fosse solo la dicitura, la definizione dei nuovi soggetti che comporranno la scheda elettorale, ci sarebbe ben poco da preoccuparsi. Il punto è un altro: se Bonaiuti e la Bindi litigano sull’omologazione programmatica, vuol dire – nella migliore delle ipotesi – che la classe dirigente sta trascurando le tematiche più importanti, quelle che delineano le diverse visioni della nostra società; nella peggiore probabilità, indica invece l’assenza di un’alternativa realistica, sacrificata alla politica fagocitante dei due blocchi. Poiché non riteniamo francamente di vivere in un regime e di trascrivere queste idee su post-it clandestini, dobbiamo fortunatamente prendere per buona la prima parte del ragionamento. E qui, paradossalmente, ritorna il tema della moratoria sull’aborto. Non vi preoccupate, cultori dell’ortodossia progressista, è ben accompagnato: l’eutanasia che a voi sta tanto a cuore, i diritti delle coppie di fatto e i matrimoni omosessuali, il ruolo della Chiesa nel dibattito pubblico, tutto rientra in un unico gigantesco calderone che divide il tradizionale elettorato conservatore da quello “de sinistra”. Bisogna però procedere con ordine, guardando la situazione politica nazionale. Il pregio della lista pro-life di Ferrara è quello di dare voce a un mondo che finora ha trovato i propri temi banalizzati nelle tradizionali strutture centriste. E’ fin troppo facile ricordare che la presenza dei Mastella e dei Follini nelle rispettive originarie coalizioni è stata caratterizzata da una perenne contrattazione delle candidature nei centri di potere, piuttosto che da una particolare enfasi sulle questioni eticamente rilevanti, sui valori non negoziabili di ratzingeriana memoria. Oggi questa cultura dei valori ghettizzata e frammentata per troppo tempo sembra godere di una linfa nuova, una linfa che permette non già di scrivere l’agenda politica, ma di costringere i leaders dei diversi schieramenti a pronunciarsi nettamente, a delineare gli assi portanti della società italiana che loro immaginano. Ma Veltroni e Berlusconi non ci stanno, fuggono il dibattito, si trincerano ipocritamente dietro un no-comment per evitare di perdere il voto di una parte consistente dell’elettorato. Così facendo riuniscono nuovamente all’interno dei propri partiti concezioni antitetiche dell’Italia che verrà, rinviando i problemi sine die contro lo stesso interesse nazionale. Questo blog non si rassegna a votare nuovamente una fiducia incondizionata al Popolo delle Libertà. Vuole garanzie precise sul quadro generale dell’Italia del 2009, che non siano vani ragionamenti sull’Ici o sul canone Rai. Parliamo di Ru486, di fecondazione assistita, di aborto e di tutto quello che divide frontalmente il Paese. Facciamolo serenamente, visto che il buoncostume regna nei salotti della tv, ma facciamolo con l’onestà intellettuale di chi vuole governare e non solamente amministrare.
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«Appena mi hanno comunicato che mio figlio sarebbe stato un malato per tutta la sua vita, non ho avuto dubbi. Ho deciso al momento, d’istinto: abortisco. Anche se sapevo che per me rappresentava una scelta particolarmente dolorosa. Mai avrei messo al mondo, da sola visto che non sono sposata, un bimbo in condizioni così gravi per il resto dei suoi giorni». Silvana, la donna di Napoli.
«Ho 43 anni e sono affetto dalla sindrome di Klinefelter. In effetti una malattia che sino a 3,5 anni fa non sapevo nemmeno che esistesse. Come tanti altri, ho vissuto molti anni senza esserne consapevole. Poi, il mancato concepimento di figli durante la vita matrimoniale ha reso necessari degli accertamenti clinici, tra i quali il cariotipo, e la mia sorgente genetica è risultata 47xxy». Lettera al sito dell’Unione Italiana sindrome di Klineflter.
Due testimonianze diverse, che vi invitiamo a leggere con scrupolosa attenzione e con pia umanità. La lotta culturale all’aborto parte da qui. Parte dall’idea di non rassegnarsi di fronte alla solitudine delle donne, di spiegare loro che un’alternativa è possibile, senza lasciare il tutto nella dimensione assurda del privato. L’aborto si sta trasformando da compromesso legale in compromesso legittimo e la società appare ormai moralmente condizionata. Il diritto, sancito dalla legge 194 a tutela sociale della maternità, non si può trasformare in un incondizionato e generico appoggio alle pratiche abortive in nome di una vaga libertà. E’ uno stupro dei valori fondanti della norma vigente, allorché sancisce all’articolo 1 il divieto di effettuare tali pratiche ai fini della limitazione delle nascite. Questa non è una battaglia volta a colpire l’ambito legale in cui matura l’interruzione volontaria della gravidanza. Ci mancherebbe altro: nessuno vuole mettere in pericolo la vita della gestante. L’obiettivo, piuttosto, è ripudiare l’atto in sé, rifiutare l’indifferenza morale attorno ad un tema così delicato e spinoso.
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Chi ha detto che esprimere una preferenza per i piccoli partiti equivale a minare le basi del sistema? Chi ha sostenuto ripetutamente la necessità di entrare in un processo politico caratterizzato dal confronto bipartitico, presentando la “nuova stagione” come l’unica possibilità di risolvere i problemi della governabilità italiana? Mi dispiace, non ci sto. Ogni Paese ha un proprio modello economico, culturale e sociale, che elabora sulla base del vissuto comune. Non è determinismo storico o, peggio ancora, fatalismo. E’ pragmatismo spicciolo. L’impasse italiana non è generata dall’instabilità istituzionale, che ha comunque un’incidenza negativa sull’agenda politica, ma dalla ricerca di un consenso che graviti attorno a strutture partitiche egemoniche prive di una vera e consistente identità. Qual è il popolo di Veltroni? In cosa si distingue il nuovo partito democratico dall’alleanza prodiana? Puo’ nascere un soggetto rappresentativo in seguito ad una manifestazione nazionale d’opposizione ad un Esecutivo logoro e stantìo? Suvvia, siamo seri. Se i trasformisti danno così tanto fastidio, se si sente l’esigenza di far capire ai saltimbanco che essendo tutti parte di un progetto il venir meno alla parola data fa un torto agli elettori, ebbene si modifichi la Costituzione inserendo il vincolo di mandato. Non è necessario calare dall’alto un modello elettorale che annulli le realtà culturali che, nel bene e nel male, hanno plasmato le nostre coscienze. Ma perché in Germania la Cdu e l’Spd si contendono l’agone elettorale, rinnovando progetti e aspirazioni, senza intaccare i modelli “tradizionali” che hanno storicamente formato le varie classi dirigenti? Perché nel nostro paese lo spettro della terza repubblica deve aggirarsi seminando il panico, confondendo gli elettori, portando alle urne soggetti privi di una storia, frutto di compromessi storici bonzai o di accordi elettorali occasionali? E che senso ha poi cambiare i tratti distintivi di una coalizione, fondersi e sciogliersi all’occorrenza, se poi il programma di governo lo presentano sempre gli stessi volti?
Una postilla per il Cavaliere. Consenta all’Elefantino di correre con una lista propria affiancata alla coalizione. Forse le provocazioni intellettuali pro-life di Ferrara sono roboanti e un po’ troppo guelfe per il politicamente corretto, ma vorrei capire se per la destra del domani la cultura della vita resta un tema imprescindibile o, se per entrare nei salotti buoni, dobbiamo rassegnarci a declinare i temi dello scientismo accademico assai diffusi nell’arena radical-chic.
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Solo: «aggettivo, che agisce senza la partecipazione, l’intervento o la collaborazione di altri. Di qualcuno: che si trova in un luogo determinato senza la presenza o la vicinanza di altre persone; non accompagnato da nessuno, che sta in disparte, isolato».
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La nascita del Partito Democratico ha avuto due effetti immediati nel grande teatrino della politica italiana: da un lato l’implosione dell’Esecutivo Prodi ha permesso alla nuova leadership di emergere in tutta la sua pervicacia progressista, staccando il cordone ombelicale dall’ala radicale per presentare al paese una nuova idea della sinistra italiana; dall’altro, sul versante opposto dell’arco politico costituzionale, il centrodestra ha avviato un’operazione discutibile di assemblaggio delle forze. Il cosiddetto movimento del “Popolo delle libertà” presenta, a mio avviso, due handicap strutturali. In primo luogo prende origine più da una strategia elettorale spensierata che non da una sintesi efficace delle diverse culture e dei diversi valori che caratterizzano i partiti candidati a comporlo. Nel lungo periodo le differenze sostanziali tra i rappresentanti di Alternativa Sociale e i moderati di Beppe Pisanu inevitabilmente emergeranno in maniera stridente causando scompiglio e scissioni. In secondo luogo, l’idea del cartello elettorale è frutto dell’acquisizione incondizionata del modello americano. Mi spiego meglio: l’idea che due grandi partiti debbano necessariamente rappresentare le diverse percezioni politiche del paese è profondamente connaturata al sistema tocquevilliano della democrazia d’oltreoceano, ma può realisticamente coniugarsi la medesima rappresentazione al contesto italiano? L’appiattimento incondizionato delle posizioni di ambedue gli schieramenti è la soluzione reale al problema dell’instabilità degli esecutivi?
In realtà ogni paese elabora il proprio modello politico, economico, culturale e sociale sulla base del vissuto comune, ossia del percorso storico che ha portato alla maturazione di determinate caratteristiche strutturali. La legge elettorale non riflette acriticamente un sistema di rappresentanza, ma incarna i connotati precisi di una forma mentis, fotografa – in altri termini – il modo di pensare degli italiani. Possiamo realisticamente sostenere che tra l’elettore radicale di destra e il moderato democristiano di provincia non esistano sfumature? D’altra parte, possiamo davvero ritenere che tra la cosiddetta ala dei teodem e i vecchi apparati comunisti mangiapreti dell’Emilia Romagna i punti in comune superino di gran lunga le divergenze? Serve un briciolo d’onestà intellettuale. Apprezzo la verve dei cosiddetti fusionisti, entusiasti all’idea di poter finalmente porre la propria fiducia su un simbolo che accomuna diverse anime della propria famiglia, e adoro leggere gli interventi ottimistici dell’aggregatore cui ho sommessamente aderito fin da principio. Ma, pragmaticamente, calare dall’alto un’omologazione simile in vista di una tornata elettorale cui il paese è impreparato avrà effetti positivi sul processo di formazione delle forze? Siamo di fronte a dei partiti unitari o a degli embrioni di partiti “unici”, come quello della Buon’Anima in camicia nera, che conculcano la libertà d’espressione, ponendo inquietanti enigmi sulle derive leaderistiche e plebiscitarie del paese?
Infine due osservazioni sulla coerenza della nostra classe dirigente non guastano. Il governo Prodi lascia un’eredità pesante al paese: la pressione fiscale ha raggiunto vette punitive nei confronti del contribuente che definire mostruose è perfino riduttivo (non a caso il compagno Walter ha ribaltato l’ordine delle priorità con la formula “pagare meno, pagare tutti”). Spiace constatare che un uomo impegnato e avveduto come D’Alema possa credere di essersi rifatto la verginità in meno di quindici giorni. A destra, invece, brilla come sempre Gianfranco Fini, statista ante litteram se mai ve ne fu uno, capace di evidenziare due mesi fa la fine della parabola berlusconiana presentando il discorso del predellino come “le comiche finali”.
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