Ho sempre ritenuto l’ordine dei giornalisti una casta profondamente inutile, talvolta anche controproducente per chi esercita il mestiere: una riunione di comari che concede la possibilità di raccontare la realtà dei fatti, a patto di versare un obolo annuale, è – di per sé – un’istituzione farsesca. Le figure che lo governano, tra l’altro, hanno qualcosa di picaresco: sembrano delle caricature. Così ferme nel ribadire l’importanza sacrale della deontologia della loro arte, quanto innocue quando si tratta di scendere in campo in difesa dei propri iscritti. Se poi aggiungiamo il meccanismo parziale e arbitrario che caratterizza i cosiddetti moniti, ne viene fuori una tragicommedia all’italiana, dove conviene ridere, piuttosto che versare lacrime nel generale stridore di denti.
L’incondizionata solidarietà a Luttazzi da parte di una certa stampa progressista mi ha dato modo di riflettere sul senso più profondo della libertà d’espressione. Possono i confini di essa trascendere l’educazione e il buon costume? Può, in altri termini, il diritto di parola tramutarsi in un’anarchica libertà d’insulto e di vilipendio nei confronti dei “diversi”? La posizione di chi scrive è arcinota. Per parafrasare Michele Serra, un’idea di intemerata purezza finisce per essere ideologica e non più artistica, diventa buona per i salotti del martirio, ma non certo utile al fine della burla satirica nel tratteggiare il mondo alla rovescia. Questa breve riflessione mi ha indotto a pormi di fronte ad una serie di questioni spinose: nel ventunesimo secolo la satira può essere diventata un potere? E può essere etichettata come faziosa? L’informazione perché non condanna gli eccessi di crudezza linguistica? Forse perché anch’essa è collusa col potere delle crasse risate? O perché l’amoralità delle tette e dei culi in tv ci ha spinto ad abbassare la linea difensiva, a vivere nel trash con soave armonia? Tali interrogativi hanno ovviamente un’accezione retorica, ma non si sottovaluti la portata delle tematiche messe in risalto. Quando, a suo tempo, Giorgio Forattini, autorevole matita della stampa filo-berlusconiana, fu condannato presso un tribunale dello Stato a rispondere del proprio operato artistico, non una voce di protesta si levò in sua difesa. Non vi furono Guzzanti, Crozza e Reggiani vari pronti a mobilitarsi come un sol uomo a fianco dell’ironia del vignettista del Giornale. Il tam tam consueto, che porta i lettori della carta stampata a gridare ciclicamente al regime, quella volta non ebbe inizio. Ma c’è un caso ben più eclatante che mi spinge a convocare sul banco degli imputati l’ordine dei giornalisti. Mi riferisco allo splendido tomo di Claudio Cerasa sullo scandalo di Rignano: «Ho visto l’uomo nero», un’inchiesta di cronaca giudiziaria sui casi di pedofilia venuti alla luce negli ultimi anni. Un’analisi oculata che tentava di separare gli avvenimenti dall’isterismo di massa, gli atti giudiziari dalle arbitrarie sentenze della pubblica opinione, la verità dei fatti dalle platee indignate simili a plotoni d’esecuzione. Non voglio entrare nel merito delle accuse, in quanto non è questa la sede opportuna per dibattere. Ciò che è importante segnalare è la scomparsa del suddetto pamphlet dagli scaffali delle librerie italiane. Il Ris, ossia la sezione scientifica dei carabinieri, ha documentato che la visione del suddetto tomo era una “suggestione non provata da alcun riscontro” e pertanto il materiale è andato sequestrato.
Ebbene cos’ha fatto l’ordine di fronte ad un simile atto di censura? Ha voltato le spalle al collaboratore del Foglio, presentando in una nota gelide frasi di circostanza e nulla più. Ecco perché un professionista moderato e super partes come Pierluigi Battista è arrivato a sostenere l’esistenza di un “doppio standard” divenuto col tempo un’ovvietà inconscia. Un criterio morale connaturato nelle grandi penne e nei rinomati volti di teatro che porta ad un’incondizionata solidarietà esclusiva: una forma di vicinanza politica e sindacale ai cugini ideologici, mentre parallelamente regna il disinteresse totale per le sorti degli avversari o dei nemici. E’ la morte dell’onestà intellettuale, la fine dell’informazione montanelliana, quella che metteva al centro di tutto il lettore, rendendo i grandi giornalisti degli ottimi reporter col cappello in mano.
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