Perché la comunità internazionale non condanna nettamente la condotta del regime birmano? Chi impedisce all’Organizzazione delle Nazioni Unite di rinvigorire le sanzioni economiche nei confronti della dittatura militare di Naypydaw? Sono domande legittime che non possono essere eluse con somma superficialità.
Stati Uniti ed Unione Europea, fin dalle prime luci della rivolta, si sono mosse per trovare i giusti mezzi necessari a pacificare la nazione. Il fine chiaro è quello di aprire politicamente alla democrazia il paese, assestando uno schiaffo solenne a chi oggi gestisce la cosa pubblica. Bush in persona è intervenuto per esprimere la sua preoccupazione, intimando alla giunta militare di «fermare la violenza contro le proteste pacifiche». A porre il veto sull’eventuale ratifica di nuove sanzioni è stata la Cina, il cui governo – affamato d’energia – si è limitato ad un appello alla pacatezza dei toni. «Speriamo che tutte le parti esercitino moderazione e gestiscano correttamente la situazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu.
Il Myanmar, da dieci anni, fa parte dell’Asean (Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud Orientale) e il progresso economico dell’erario pubblico è legato esclusivamente al commercio derivato dagli accordi con gli stati confinanti. Poiché la mole di affari è rilevante, i governi “amici” hanno adottato nei confronti del regime un atteggiamento estremamente indulgente. Quando la giunta ha soppresso le elezioni vinte dalla leader democratica Aung San Suu Kyi, l’India ha mostrato di fronte alla comunità internazionale tutta la propria disponibilità a chiudere un occhio sull’accaduto e – nonostante le vigenti sanzioni economiche – ha inviato ingegneri e tecnici nelle piattaforme del paese, sì da beneficiare delle riserve di gas naturale. Non a caso, proprio questa settimana, il ministro indiano del petrolio, Murli Deora, ha visitato la capitale per discutere nuove occasioni di cooperazione economica, mettendo sul tavolo delle trattative anche armamenti anti-guerriglia.
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Degenera la situazione in Birmania. Centinaia di monaci sono stati arrestati alle prime ore del mattino, durante un attacco squadrista organizzato dalle truppe militari presso un monastero a est di Yangon. Nella medesima cittadina, secondo fonti locali, almeno 5 uomini di fede sono stati brutalmente assassinati durante la giornata di ieri, nonostante il bilancio della radio di stato non vada al di là d’un morto ed un ferito. Fra le vittime, almeno due bonzi sarebbero caduti in seguito ai colpi di manganello inflitti dalla polizia. I “rappresentanti dello stato”, già ieri, avevano caricato il corteo con bastoni e lacrimogeni, nel tentativo di intimorire gli animi irrequieti che non accennano a placare le proteste.
Quando parliamo della situazione politica-sociale della Birmania, non dobbiamo dimenticare l’importanza assoluta che detiene la spiritualità nell’ambito di questa sfera. Nel recente passato il regime aveva sempre mantenuto un fitto dialogo con i monaci, riconosciuti unanimemente dalla società civile come depositari di una dottrina che trascende i limiti del materiale e del terreno. Le proteste di questi giorni hanno segnato inevitabilmente l’avvento di una nuova era e la sconfessione, da parte dei buddisti, del governo dispotico che attanaglia il paese. Non si sottovaluti quest’aspetto: il gesto probabilmente più eclatante, compiuto dalle autorità spirituali, è stato la donazione delle offerte ricevute ai guerrieri dell’esercito, in tazze rovesciate. La solennità del gesto è implicita, perché equivale ad una sorta di scomunica, nel tentativo – non tanto remoto – di creare una vera e propria frattura all’interno delle forze dell’ordine.
Frattanto il regime di Naypyidaw sta dedicando le proprie attenzioni anche all’impatto mediatico della vicenda: stamane il Traders Hotel è stato perquisito da cima a fondo, in cerca dei giornalisti stranieri che hanno portato le notizie della protesta in tutto il globo. Fonti ospedialere hanno comunicato che il giornalista giapponese rimasto vittima negli scontri di piazza sarebbe deceduto.
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Fini, per essere più “moderno”, potrebbe anche restituire Trieste all’Austria.
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Se avete proposte, idee o contributi interessanti, se volete partecipare direttamente alla nascita della nuova TV offrendo la vostra collaborazione o presentando validi progetti, scrivetemi all’indirizzo di posta elettronica lombardo.giuseppe@gmail.com.
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Ricordate il filmato pubblicato sulle colonne di questo blog il giorno dell’ufficializzazione della candidatura del compagno Walter? Ebbene, un amico mi ha fatto notare che la Rai ha chiesto a YouTube di farlo sparire dalla rete. A scopo cautelativo lo abbiamo pubblicato su google, su dailymotion, su libero ed – infine – su yahoo.
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L’ultimo saggio di Emanuele Ottolenghi, Autodafé, è un’opera di pregevole fattura. Il titolo, volutamente provocatorio, richiama un’antica pratica dell’Inquisizione spagnola, che imponeva all’eretico l’abiura prima dell’esecuzione sul rogo. L’autore oggi dirige il Transatlantic Institute di Bruxelles e analizza, nel tomo edito da Lindau, l’antisemitismo declinato in tutte le sue accezioni, dalle dottrine cristiane al disprezzo marxista, passando ovviamente per la cultura liberal. Fin dalle prime pagine si intuisce, pertanto, la precisa volontà di fare chiarezza sulle mistificazioni degli ultimi anni. Ottolenghi cita esempi concreti e specifici di offese e violenze perpetuate a danno di istituzioni ebraiche e di luoghi di culto. Si sofferma, in particolare, sulle diagnosi errate dell’intellighenzia europea, tanto solerte a difendere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, quanto distratta nell’intuire le ragioni del popolo israeliano. Richiamando il celebre caso Dreyfus (capitano dell’esercito francese ingiustamente accusato di spionaggio), egli riscontra il medesimo accanimento mediatico non ai danni di un individuo, ma di uno Stato: per buona parte della stampa europea è Israele oggi il problema e la sua cancellazione è l’unica soluzione. Gli israeliti che si schierano a fianco del proprio paese vengono generalmente ascritti alla categoria dei “cattivi”, mentre coloro che rinnegano la propria identità sono tendenzialmente degli eroi. “Il giudeo buono” offre un alibi per il pregiudizio: è la prova del fatto che i cattivi maestri non odiano tutti gli ebrei indistintamente, ma soltanto alcuni, mentre di altri sono profondamente “amici”. Scrive l’autore:
«L’antisemitismo è … in una fase meno virulenta rispetto al passato, ma proprio per la sua abilità di sopravvivere ai cambiamenti della storia e riapparire sotto nuove spoglie non è detto che la sua parabola sia destinata inevitabilmente al declino».
Come disse Norberto Bobbio durante una commemorazione delle vittime dell’Olocausto, “è già accaduto una volta, potrebbe succedere nuovamente”.
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