Walter Veltroni ha un viso pulito, l’aria da intellettuale sofisticato, un distaccato profilo aristocratico e una pacatezza nei toni che lo rendono oggettivamente competitivo nella corsa verso Palazzo Chigi per il dopo-Prodi. Scrive libri (preferibilmente romanzi), recensisce capolavori cinematografici su apposite riviste riservate agli addetti ai lavori ed è amico di tutti. Non è mai stato comunista, pur essendo stato iscritto al Pci. Ha sempre sognato “l’altra America”, quella delle opportunità e del multiculturalismo. Stima Vespa. Ama il jazz e tifa Juventus in una città divisa fra romanisti e laziali. Sogna l’Africa, ma dal Campidoglio. E’ stato sindaco della capitale e, in un paese normale per usare un’espressione dalemiana, questo fattore gli avrebbe già fruttato numerosi punti bonus. Nelle vesti di primo cittadino ha organizzato due grandi eventi popolari – la Notte Bianca e la Festa Internazionale del Cinema di Roma – dimostrando ai nemici interni di avere il supporto dei banchieri che contano e del popolo bue, da sempre amante del panem et circenses.
A questo punto o la sparuta pattuglia che guida la Casa delle Libertà decide di organizzare un’opposizione seria, unita, costruttiva e programmatica o l’erede del Cavaliere di Arcore avrà gli occhiali e proverrà da una solida palestra politica come Botteghe Oscure. Si accettano scommesse.
Hanno portato il precariato nelle istituzioni, hanno svilito i rappresentanti delle nostre forze dell’ordine e designano i successori senza consultare l’opposizione.
Trattare i giornalisti come figurine della Panini è possibile. Basta chiedere informazioni al nostro ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, che preventivamente ammette o rifiuta la presenza d’inviati dei vari quotidiani a seconda del ritratto politico tratteggiato da questi ultimi. A farne le spese stavolta è stato un collaboratore de La Stampa, foglio posto all’indice dell’inquisizione da quando ha pubblicato l’indiscrezione su ipotetici conti esteri intestati all’ex presidente della Quercia. Il problema è che il cartellino rosso non viene sventolato sull’uscio di casa, ma da un aereo di Stato. Fatto assai grave, in barba al pluralismo e alla libertà d’espressione.
«Poi dice che uno rischia di sembrare un fissato. Ma mica è normale vivere da decenni in mezzo a gente che a casa, sulla maglietta che indossa, o dovunque, esibisce come qualcosa di cui menar vanto il ritratto di un uomo che non provava il minimo scrupolo a far fuori la gente e che di gente ne ha fatta fuori non si sa quanta. Perché Che Guevara era questo, sì, e chi non ci crede si legga il libro appena uscito dedicatogli da Alvaro Vargas Llosa (“Il mito Che Guevara e il futuro della libertà”, editore Lindau). Il vero Che: uno che si descrive “vivo e assetato di sangue”, che ordina “nel dubbio fucilare”, che organizza lui la Ceka cubana, che capo della Comisión Depuradora nonché direttore del terribile carcere La Cabaña manda a morte decine e decine di persone senza graziarne neppure una, e così via tra violenze e deliri di onnipotenza. Dunque il direttore di “Liberazione” Piero Sansonetti ha ragione e i suoi critici torto: Cuba non era, non è, meglio dell’Urss».
Credo che Gustavo Selva sia da giustificare: un parlamentare della repubblica italiana che ricorre a simili mezzucci pur di partecipare ad una trasmissione televisiva ha chiaramente bisogno di un’ambulanza.
I nuovi zar non badano molto alle regole, al bon ton costituzionale, alle condizioni minime di pluralismo e democrazia. Nell’esercizio della retorica politica si proclamano custodi dell’ordine costituito, salvo stracciare le fonti di diritto quando esse entrano palesemente in contrasto coi dettami del partito. I nuovi zar odiano le persone tutte d’un pezzo, siano esse militari speciali o brillanti direttori d’agenzie destituiti in seguito a forti pressioni di esponenti politici dell’attuale maggioranza. I nuovi zar rifiutano il confronto in Senato, adducendo la scusa che “il caso non esiste” o – se l’esercizio della dialettica li inebria – spiegando sommessamente e ipocritamente: “quanto c’era da dire è stato abbondantemente riportato sui giornali”. I nuovi zar non riconoscono, pertanto, il Parlamento come organo di rappresentanza del popolo sovrano, bensì lo considerano alla stregua di una riunione informale, un organo dei fasci e delle corporazioni. Quando vi si presentano, portano in dono una quantità abnorme di decreti legge, provvedimenti teoricamente straordinari con cui il potere esecutivo esercita indebitamente ed occasionalmente la funzione legislativa propria delle Camere. I più astuti violano orwelliananmente le norme giuridiche di matrice ulivista, stabilendo che il potere di direttiva del viceministro può ledere l’autonomia organizzativa della Guardia di Finanza e richiamano, a tal fine, un’ipotetica esclusiva competenza dell’autorità politica sulle designazioni principali. I nuovi zar si battono contro il “nemico oscuro”, identificando il problema in una “congrega di poteri occulti”, pur di celare la straordinaria arroganza che sta caratterizzando il loro breve mandato. I nuovi zar hanno abbastanza svilito e ridicolizzato il paese che dovrebbero servire: è ora di porre fine a questo sciagurato scempio.
«Non siamo al di sopra delle parti. Noi crediamo nell'individuo, nella sua volontà e nella sua decenza. Noi ci opponiamo a qualsiasi violazione dei diritti individuali, provengano esse da monopoli di imprese private, monopoli dei sindacati, o da un governo troppo invadente. La gente potrà dire anche che siamo conservatori o perfino reazionari. Non siamo molto interessati alle etichette, ma se proprio ne dovessimo scegliere una, diremmo che siamo radicali. Radicali tanto quanto la dottrina cristiana».
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J.R.R.TOLKIEN
«Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».