Le ragioni della Cei
Da una parte c’è chi ama dipingere la Chiesa come un’eterna combriccola di preti oscurantisti, nostalgici dei secoli bui. C’è chi ama ascoltare i mea culpa del Papa, certo che quell’ammissione d’errore giustifichi la diffidenza verso il potere “vaticanista”. Dall’altra, invece, trionfano i tirapiedi, coloro che acquisiscono un pensiero per mera condiscendenza e non per profonda convinzione. I cattolici a tempo determinato, quanti vanno a messa soltanto in periodo elettorale, assicurandosi prima la presenza dei fotografi. In questa morsa micidiale, in questa tenaglia laicista e clericale al tempo stesso, la Conferenza episcopale ha dovuto formulare una riflessione seria sul tema politicamente più ostico: il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto. Leggendo la Nota pastorale possiamo immediatamente affermare che, quanti si aspettavano sorprese dall’erede di Ruini, sono rimasti delusi, in quanto il testo controfirmato dall’episcopato italiano ricalca le precedenti scritture del prefetto per la Congregazione della dottrina della Fede, tale Joseph Ratzinger.
Ai parlamentari che si professano cattolici adulti la Cei non impone obbedienza, bensì coerenza coi principi accettati e condivisi dai fedeli. D’altronde si sa, il sostantivo conta più dell’aggettivo. Nessuna scomunica, ma un pesante rimbrotto a quanti – ricoprendo importanti incarichi nell’amministrazione pubblica – tendono a distinguere la propria morale dalla visione laica della società che la carica impone. Poniamo che Tizio sia un parlamentare cattolico. Nell’esercizio delle sue funzioni di rappresentanza, Tizio ha tutto il diritto non solo di aderire al verbo spirituale della Chiesa, ma anche di proiettare nella sede più opportuna ciò che personalmente ritiene giusto per la società. Da questo punto di vista, spetterà a lui decidere in coscienza, se appoggiare o scoraggiare le unioni civili. Il clero si limita ad affermare che:
«nel caso di un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede, 3 giugno 2003, n. 10).
Una regola interna, che può essere disattesa, purché se ne accettino le conseguenze: una norma di tutela del magistero, affinché non si diffondano nella comunità dottrine sediziose di reinterpretazione. Ribadito, pertanto, l’elementare principio secondo cui ciascun uomo risponde delle proprie azioni principalmente davanti alla propria coscienza e poi – se crede – davanti a Dio, occorre a questo punto soffermarsi a riflettere sulla teoria giusnaturalistica dei “diritti” delle coppie di fatto. Non basta dire “se due individui vogliono stare insieme, sono liberi di farlo” in ambito giuridico. Nessuno contraddice tale assunto nella sfera delle libertà individuali: il punto fondamentale è che non basta il desiderio di un riconoscimento per la propria unione, affinché tale richiesta venga immediatamente annoverata nella sfera dei “diritti”. Da qui il richiamo condivisibile della nota pastorale: «il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza». Ma la Santa Sede, come abbiamo più volte ribadito in passato, è voluta andare oltre, proponendo una via di dialogo.
«Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare».
Un’ultima nota. A quanti continuano a blaterare su presunte ingerenze del clero negli affari interni italiani, scagliandosi contro la classe dirigente incapace di dire nossignore a Papa e vescovi, vogliamo segnalare il commento di Magister sul caso coreano, che ricorda come «quasi ogni giorno, nei più diversi paesi del mondo, si registrano interventi pubblici delle autorità della Chiesa cattolica che toccano il campo politico: interventi spesso severamente critici nei confronti dei governi in carica nei rispettivi paesi». La differenza è che in alcune nazioni si cerca di mettere il bavaglio alle autorità pontificie (invitando i cittadini a destinare altrove l’otto per mille), in altre – invece – si rispetta e si tiene in considerazione il parere di tutte le forze sociali interessate da simili provvedimenti. Abbiamo già visto il ministro degli Esteri andare a braccetto con Hezbollah, giocando il peso diplomatico del nostro Paese per la liberazione di cinque terroristi talebani. Risparmiate al Tricolore l’umiliazione di essere affiancato alla Cina e a Teheran in materia di libertà religiosa.
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Due vecchi adagi della diplomazia internazionale riescono brutalmente a rappresentare l’attuale politica estera dell’esecutivo Prodi. La prima massima possiamo sintetizzarla nella seguente formula: l’Italia riesce a terminare un conflitto internazionale sul medesimo fronte, soltanto se il cambio d’alleanza è stato effettuato un numero pari di volte durante la battaglia. La provocazione, indubbiamente cruda, è stata resa verosimile dalla condotta adottata dal ministro degli Esteri in occasione del sequestro Mastrogiacomo. La scelta di negoziare la liberazione dell’ostaggio ha sicuramente avuto il pregio della trasparenza e ha permesso al governo di muoversi in piena libertà per ottenere il fine agognato. Il problema, nel caso specifico, è se il fine abbia giustificato i mezzi, se cioè sia accettabile barattare il ritorno in patria di un connazionale con la credibilità dell’intero paese, infangato dalla penosa scarcerazione di cinque capi talebani.









