Bersani ha introdotto un nuovo termine nel lessico politico italiano: “lenzuolata”, indica tecnicamente un pacchetto di riforme contenente molteplici provvedimenti presentati dall’Esecutivo. Fin qui nulla di male, siamo abituati ai neologismi astrusi dai tempi di Aldo Moro, maestro nelle metafore enigmatiche e criptico presidente del Consiglio. Il problema è l’aggettivo “liberale”, vocabolo ormai inflazionato, divenuto patrimonio comune perfino all’ombra della quercia. Bersani è un galantuomo, su questo non v’è dubbio, ma presentare le misure adottate dal governo come un capolavoro politico in grado di slacciare il paese dai nodi corporativi, mi sembra un’ipotesi alquanto azzardata.
E’ evidente che la natura delle norme colpisce i poteri forti dello stivale: coloro che gestiscono – più o meno velatamente – gli equilibri bancari e gli assetti finanziari stanno tremando all’idea di doversi confrontare con Palazzo Chigi e scuotono inviperiti il proprio strumento di terrore di fronte a Prodi, sperando di arginare la deriva riformista dell’Unione. Poco importa se in mano hanno una banalissima pompa di benzina o poco più. Sono i titolari delle stazioni di servizio, non la Cgil, non le Coop, ad avere le chiavi di controllo corporativo del sistema. Il governo vede e provvede.
Tralasciando il sarcasmo, non si capisce perché rivitalizzare la concorrenza in un settore che ha già un soprannumero del 20,5% di stazioni di rifornimento rispetto agli altri paesi europei. La malizia è una cattiva consigliera, ma la liberalizzazione dei farmaci da banco, che ha preceduto quella di cui stiamo discutendo, è andata a vantaggio di un unico settore, quello cooperativo, che oggi beneficia di un altro piccolo contributo. Ovviamente è un caso, eppure i conti non tornano.
Soffermiamoci poi sullo splendido virtuosismo propagandistico che concerne l’abolizione dell’odioso balzello sulle ricariche telefoniche. Una mossa che tra circa un mese sarebbe stata presa dall’Authority competente. L’establishment del centro-sinistra ha ben pensato di modificare in prima persona la situazione, bruciando i tempi e ottenendo così i consensi di rito. Duole sottolineare l’amara realtà. Innanzitutto non si è mai vista una liberalizzazione dei prezzi dettata dallo stato (con buona pace della concorrenza). In secondo luogo l’effetto ottenuto è l’ira funesta dei gestori, che provvederanno in altri modi a recuperare la cifra (scatto alla risposta, aumento delle tariffe, costo di conversazione per unità di tempo).
Chi applaude a questi provvedimenti, dimenticando la disastrosa finanziaria tartassista, vada a ripescare le vituperate norme scritte da Marco Biagi sulla modernizzazione del mercato del lavoro. Capirà il senso del termine “liberalizzazione”.
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