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La discussione sul velo inizia a trascendere i propri confini naturali. Si sta diffondendo, all’interno di una certa area politica, la volontà di affrontare il problema dell’integrazione di petto, senza fermarsi a riflettere sulle implicazioni di alcune futuribili norme palesemente anti-costituzionali. Si tende cioè a negare il carattere simbolico del copricapo islamico, a relegarlo ad emblema della segregazione, della vergognosa condizione femminile all’interno della galassia musulmana.
Le tematiche sollevate sono tante, perlopiù strumentali e meriterebbero una lunga riflessione. Partiamo dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che all’articolo 18 recita:
«Ogni individuo ha diritto alla libertà di religione; questo diritto implica la libertà di manifestare la propria religione, da sola o in comune, tanto in pubblico quanto in privato, con l’insegnamento, le pratiche, il culto e l’adempimento dei riti».
Sul piano giuridico la proposta di immolare il velo alla santità laica dello stato moderno è aberrante. Col termine “velo”, è bene sottolinearlo, indichiamo il tradizionale hijab, il copricapo posto sui capelli dalle migliaia di fedeli d’Allah. (continua…)
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Risultano sempre stucchevoli e banali i commenti dopo la morte. Artificiali, perché si ha la sensazione che il distacco mitizzi i soggetti passati a miglior vita, come se le colpe e i vizi fossero condonati, spazzati via da un pietismo insulso e inconcepibile. Emergono scetticismi, perplessità, dubbi insiti nell’animo umano, che incombono prepotentemente sul nostro cammino, dettati più dalle viscere che dalla ragione. Interrogarsi sulla natura dell’individuo, dell’amore, della libertà diventa progressivamente un obbligo da assumere come un onere, un excursus da affrontare in silenzio, nella sgradevole compagnia del nostro io.
Chissà come avrebbe commentato Bruno Lauzi la sua scomparsa. Con humour? Probabilmente. Nel pieno della malattia, custodiva gelosamente le sue capacità ironiche. Talvolta le sfoggiava, come quando lamentò il fastidio di venir tremulo in fotografia: «un po’ mosso». Come se il gesto fosse dettato da una cattiva postura o da un’incomprensione col fotografo. Conosceva le sue condizioni, ma si preoccupava della preoccupazione altrui, lo incupivano le facce tristi e rassegnate, i musoni sconsolati di chi dalla vita aveva già ricevuto la sua piena razione di problemi, d’affanni, di paure.
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La prima finanziaria dell’esecutivo Prodi contiene una norma, ingiustamente sottovalutata, su cui è bene soffermarsi. L’articolo 42, obnubilato dalla grande stampa, rivela l’atteggiamento tracotante di chi, oggi, esercita il potere esecutivo in questo sciagurato paese:
«1. La presidenza e il consiglio di amministrazione degli enti pubblici non economici nazionali sono soppressi, a far data dalla approvazione delle disposizioni di cui al comma 3.
2. Entro 30 giorni dall’entrata in vigore della presente legge sono presentate ai ministeri vigilanti modifiche delle norme statutarie e dei regolamenti di organizzazione di ciascun ente, che prevedano che le competenze del presidente e del consiglio d’amministrazione sono attribuite, rispettivamente, al direttore generale e ad un comitato di gestione composto dai dirigenti di livello apicale dello stesso ente. Negli enti di ricerca è previsto altresì un comitato scientifico per la definizione degli indirizzi e dei programmi di ricerca, composto nel rispetto del principio di pari opportunità».
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Escludere Dio dal contesto pubblico sarebbe un errore macroscopico.
A formulare questa suggestiva conclusione non è George W. Bush, presidente degli Stati Uniti, pronto ad affrontare l’ultima battaglia elettorale nelle elezioni di mid-term. Non è neanche la Moral Majority, l’insieme delle comunità protestanti che hanno determinato il successo dei repubblicani alle passate presidenziali. E’, invece, il più prestigioso istituto accademico del mondo, Harvard, che grazie all’opera svolta dal rettore ad interim Derek Bok, ha aggiornato il curriculum dei corsi, partendo da un assunto: per comprendere gli eventi che hanno caratterizzato l’inizio di questo secolo e per offrire una diversa luce interpretativa agli avvenimenti del prossimo futuro, gli studenti non possono chiudersi a riccio verso le dottrine religiose, giacché l’ignoranza non risolverà i problemi. (continua…)
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