Vamprodi. Atto II
Avevano promesso la «felicità». Sono giunti ad invocare lacrime trasversali.
Il passaggio dall’opposizione all’esperienza di governo è stato brusco e traumatico per le forze riformuniste dell’Unione. Se dovessimo usare una perifrasi per designare i frutti dello sforzo politico governativo, probabilmente potremmo indicare in questa massima introduttiva la giusta sintesi per la manovra finanziaria. Sì, perché il governo di Bengodi, quello che aveva giurato promesse non quantificabili (felicità, serietà, ecc…), alla prova dei fatti ha risposto secondo gli antichi rituali italici: pane e tasse, tasse e pane. Se non ricordo male, un’illustre Cassandra aveva preannunciato la sventura…
Certo, l’ipotesi di un inasprimento della pressione fiscale deprime ulteriormente il contribuente/consumatore del ceto medio, sfiduciato da una nomenklatura di cialtroni che fa della lotta di classe la propria ragion politica. Una lotta che punisce chi, orrore!, si macchia di contaminarsi in lieve misura con lo sterco del diavolo, insozzando le proprie vesti senza neppure godere dei benefici riprovevoli che il denaro, nel breve periodo, comporta. Vendere l’anima è peccato, svenderla fa oggettivamente schifo. Il capitalismo è destinato a fallire, bandiera rossa trionferà, addavenì baffone. Luoghi comuni che mascherano una realtà drammatica: il cedimento incondizionato dell’area moderata e laburista, ridotta alla mercè delle pulsioni espresse dall’ala congelatrice radicale. I Rutelli, i D’Alema, i Fassino, i volti presentabili dello schieramento, hanno abdicato alla funzione conciliante durante il decisivo Consiglio dei Ministri. Forse i progetti su una futura merchant bank hanno distratto l’attenzione dei nostri uomini. Oppure il pauperismo ontologico dei cristiano-sociali ha preso il sopravvento. Certezze non ve ne sono, ad eccezione di una: a pagare il conto sarà il paese. Una manovra semi-disastrosa che rivela la debolezza strutturale della coalizione al potere: dopo decenni di finanziarie oppressive (se si escludono quelle stabilizzanti del governo Berlusconi, che tuttavia non riuscì né ad arginare l’inflazione – percepita in misura assai maggiore rispetto alla consistenza reale –, né ad introdurre liberalizzazioni sistemiche, nonostante la cospicua maggioranza), occorreva un brusco taglio alle spese, agli sprechi, ai cotillon invocati dai vecchi custodi dell’ordine sociale, cotechini tutti tessera-e-sindacato pronti ad attuare espropri proletari.
Pagheremo caro, pagheremo tutti: sembra una minaccia, purtroppo è la linea dell’esecutivo. ■
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