
A
sinistra volano gli stracci, qualcosa si è rotto. L’equilibrio fra giustizialisti
e garantisti dell’ultima ora ha subito un contraccolpo evidente attorno alla querelle istituzionale fra Giorgio
Napolitano e la procura di Palermo, con tanto di stilettate dialettiche e
metaforici colpi di moschetto, titoli a nove colonne che hanno rivelato una
particolare acredine. Dimostrazione di un fatto compiuto: se l’imputato non è
Berlusconi, le coscienze integerrime si rivelano note discordanti di un mesto
spartito. E così La Repubblica
diventa una specie di Tribunale dell’Inquisizione, ove accusa e difesa del
Colle ottengono ampio spazio.
Dietro
l’angolo del Quirinale, in questa sorta di mediatico ring dell’informazione, si schiera il Fondatore Supremo, Eugenio
Scalfari, e con lui – come vedremo – l’ex giudice della Corte Costituzionale Giovanni
Maria Flick, impegnati entrambi a tutelare l’onorabilità individuale ed istituzionale
del Presidente. Sull’altro versante Marco Travaglio e Paolo Flores d’Arcais
trovano un insperato alleato in Gustavo Zagrebelsky, storica firma di Largo
Fochetti nonché presidente emerito della medesima Corte.
Il
pomo della discordia è semplice: ha fatto bene Napolitano a sollevare il
conflitto di attribuzione in merito all'azione posta in essere dai pubblici
ministeri palermitani? Pm che, è bene ricordarlo, hanno intercettato una
telefonata del Colle con l’ex Ministro Nicola Mancino in merito alle inchieste
sulla trattativa Stato-mafia?
Eugenio
Scalfari non ha avuto dubbi di sorta. Le informazioni contenute nella
registrazione telefonica risultano, per dichiarazione stessa delle autorità
inquirenti, penalmente irrilevanti, per cui il Colle invoca l’applicazione del
dettato costituzionale. La politica non può abiurare alla propria funzione e l’autonomia
della magistratura non va confusa con l’anarchia istituzionale. Esistono dei
limiti che non possono essere varcati, altrimenti il caos regnerà sovrano,
fornendo il fianco alle offensive strumentali di politici qualunquisti come
Berlusconi. D’Arcais non ci sta. Di fronte a tale riflessione ha un colpo di
genio: tira fuori un articolo d’annata del Fondatore, un editoriale contro il
tentativo di inquinare la verità dagli scranni più alti delle istituzioni.
Scalfari, sostiene l’opinionista sul Fatto Quotidiano, fino a poco tempo fa
sottolineava come chi non avesse nulla da nascondere non potesse esimersi da un’ordinaria
azione di controllo. Oggi ha cambiato opinione e preferisce secretare gli atti.
A
questo punto il Fondatore si ribella: scrive a nuora, perché suocera intenda.
In una singolare lettera ad Ezio Mauro, pubblicata nell’apposito spazio
dedicato ai lettori di Repubblica, Scalfari diffida Micromega dal pubblicare nuovamente articoli a suo nome, senza l’esplicito
consenso dell’autore. Tutto giusto? Non esattamente. In primo luogo perché d’Arcais
ha rispettato il diritto d’autore, citando esplicitamente la fonte (altrimenti
sarebbe stato oggetto non di una diffida deontologica, ma di una querela
legale); in secondo luogo perché Micromega
e Repubblica fanno parte del medesimo
gruppo editoriale. La lettera a Mauro assume, allora, dei caratteri differenti
e soprattutto si manifesta in chiaroscuro il destinatario insospettabile: Carlo
De Benedetti, padrone assoluto e deus ex
machina di tutta la baracca.
Continue reading →
Follow me on Social Media