settembre 12, 2012

Carta, penna e ghigliottina

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20120911_ingroia

Dopo
il reporter d’assalto situato nelle retrovie ed il cronista in trincea protetto
dalla bandiera di partito, questa sciagurata professione doveva conoscere
l’ennesima e screziata variante: il giornalista togato, il pubblico ministero
dell’informazione, il gran giurì della giustizia pronto a pontificare e
scrivere sermoni su ogni dossier italiano, con tanto di sentenze inappellabili
e fallaci. Il tratto distintivo è sempre lo stesso: un atteggiamento sprezzante
nei confronti dei “servi” che non riconoscono la Verità dogmatica, non quella
scritta nei codici morali o nella Bibbia, nel Talmud o nel Corano, bensì quella
deducibile dalle requisitorie dei procuratori del momento. Pazienza se poi le
sentenze smentiscono; anche quando un processo si rivela inconsistente sotto il
profilo giuridico, per palese assenza di prove o perché il fatto semplicemente
non sussiste, c’è sempre qualche carta cui aggrapparsi per evidenziare il
dubbio e celebrare attorno ad esso un rito orgiastico di sottile piacere. Il
piacere di scoprire il complotto, naturalmente, la congiura, la trappola ordita
dai poteri forti per depistare, infangare ed inquinare la vita sociale della
nostra collettività. C’è un sempre un nemico, un cavaliere oscuro, che minaccia
l’equilibrio cosmico. Neanche Asimov si sarebbe avventurato in certi sentieri,
ma i maestri di penna, calamaio e codice penale mostrano noncuranza nei
confronti del senso del ridicolo e si ritrovano così a sostenere posizioni che
definire ardite è perfino eufemistico.

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agosto 31, 2012

Salvare capre e cavoli

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Ingroia1Una
serie macroscopica di grossolani strafalcioni: solo con questa generosa
definizione possiamo commentare l’editoriale firmato da Ezio Mauro sulle
presunte intercettazioni pubblicate da Panorama,
sprezzantemente definito il “settimanale
ideologico della destra berlusconiana
” in quanto edito dal gruppo Mondadori.
Chissà cosa direbbe, il direttore di Repubblica,
se si guardasse al suo giornale non come il frutto di una linea editoriale concordata
da una valida redazione, bensì come il prodotto strumentale di una grigia
servilità a Carlo De Benedetti: in un simile scenario ogni suo pezzo andrebbe
valutato retrospettivamente, anche quello di stamane, e su di lui, giocoforza, regnerebbe
l’ombra di una prostituzione intellettuale di mourinhana memoria, il sospetto
di essere di fronte al mecenatismo, a chi scrive su commissione. Ad ogni modo, conoscendo
il personaggio, ciò inorridisce ma non sorprende. Simili valutazioni le
lasciamo a chi cura la rubrica dell’oroscopo.

Stupisce,
invece, l’improvviso richiamo al “ricatto” nei confronti del Colle, un ricatto
che sarebbe stato posto in essere non già dalla procura di Palermo, che
attraverso il Procuratore Ingroia non manca mai – in qualsivoglia assise
mediatica – di far sentire il proprio peso e la propria presenza, ma dalle
redazioni della destra più becera, dai giornalisti trinariciuti e politicamente
orientati intenti ad accelerare il processo di discussione per l’approvazione parlamentare
di un eventuale bavaglio sulle intercettazioni. Ohibò, verrebbe da dire:
chiedere che le intercettazioni penalmente irrilevanti non siano mai divulgate
sembra quasi una colpa in questo strano paese, mentre lo sputtanamento di
Stato, lungi dall’essere deontologicamente censurabile ed eticamente scorretto,
diventa per paradosso una sorta di sport nazionale, idiota come il cricket, ma
accettabile in quanto unico modo per istituzionalizzare l’antiparlamentarismo,
per presentarlo con una certa civetteria moralista.

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agosto 30, 2012

La spy-story: Di Pietro ed i servizi segreti

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Dipietroserv

Vorrei
tranquillizzare Travaglio e Furio Colombo: non di soli servi vive la carta
stampata in questo paese, ma anche di storici improvvisati, di ipocriti venditori
di fumo intenti a ricostruire le cronache patrie secondo il gusto sublime della
parzialità. E non c’è bisogno di andare su Repubblica per trovare lor signori. Molto
è stato scritto, anche su queste colonne, circa la presunta trattativa
intercorsa fra Stato e mafia dopo la strage di Capaci, una trattativa che – se
fosse stata posta in essere – andrebbe immediatamente secretata per la suprema
ragion di Stato e consegnata in toto al
giudizio dei posteri. Invocare aprioristicamente per i cittadini il diritto di sapere la verità, di conoscere i meandri più sporchi delle
stanze dei bottoni, è legittimo e forse anche moralmente ineccepibile sotto il
profilo di una liberal-democrazia pluralista; cionondimeno resta
un’affermazione utopica e politicamente poco opportuna, e non serve scomodare
Machiavelli o Richelieu per desumerne i motivi. Ci sono eventi che, prima di
essere narrati fedelmente, devono essere soppesati, badando a strategie ed
interessi che per essere spiegati necessitano prima di una fase d’incubazione,
fase che talvolta può durare più di trent’anni. E’ probabilmente questo il
caso.

E’
straordinario, tuttavia, rilevare come le stesse brillanti firme che incalzano oggi
i vertici dello Stato su questa spinosa questione, volgano poi lo sguardo
altrove quando si tratta di ricostruire altri eventi, più o meno recenti, della
nostra vita civile. Giusto ieri La Stampa
di Torino ha pubblicato un’interessante intervista, realizzata da Maurizio
Molinari, all’ex ambasciatore di Roma, Reginald Bartholomew, il quale – nella
sua ricostruzione del fenomeno di Mani Pulite – ha ammesso che la posizione del
Dipartimento di Stato nel 1992 era di latente scetticismo: la perplessità sulla
strategia tenuta dal pubblico ministero Antonio Di Pietro era dovuta, con ogni
evidenza, al rispetto dei diritti umani ed al tema della carcerazione
preventiva, un abominio giuridico utilizzato con inusuale frequenza. Il
problema era cioè costituito dalla presenza di “un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la
corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i
diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia
come l’Italia, a cui ogni americano si sente legato
”.

Posto
che veniva messa in discussione la stabilità di un partner strategico nel
Mediterraneo, Bartholomew continua: “Se
fino a quel momento il predecessore Peter Secchia aveva consentito al Consolato
di Milano di gestire un legame diretto
con il pool di Mani Pulite, «d’ora in avanti tutto ciò con me cessò»,
riportando le decisioni in Via Veneto
”.

Dunque
esisteva un contatto fra le istituzioni americane ed i magistrati guidati
dall’attuale leader dell’Italia dei Valori. La prima domanda che si pone
palesemente agli occhi del lettore è: perché?

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agosto 26, 2012

La verginità perduta

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Ezio_mauroSu
una cosa Marco Travaglio ha ragione. Il confino dall’area progressista imposto
da Mauro alla combriccola del Fatto Quotidiano è un’operazione vecchia di
cinquant’anni, fumosa e apparentemente priva di una logica sensata. Siamo
lontani dalle espulsioni del Partito Comunista, dagli anni dell’infame esilio
nei confronti di Pier Paolo Pasolini, ma non siamo poi così distanti da quel
pruriginoso atteggiamento di snobismo culturale tipicamente azionista, quel
senso di superiorità manifesta che cela piccole esigenze di bottega, la
necessità di vendere una copia in più o il monopolio culturale esclusivo
rispetto all’area politica di riferimento.

L'
onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi
chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono
oggettivamente di destra. Una destra diversa dal berlusconismo, evidentemente,
ma sempre destra (…) con una delega alle Procure non per la giustizia ma per la
redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca
”.

In
poche parole, il direttore di Repubblica ha cercato di prendere le distanze da
un modus operandi nell’informazione
che è stato alimentato ed è cresciuto sotto il suo sguardo vigile.

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agosto 22, 2012

Colle-Palermo, niente prigionieri

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Quirinale

A
sinistra volano gli stracci, qualcosa si è rotto. L’equilibrio fra giustizialisti
e garantisti dell’ultima ora ha subito un contraccolpo evidente attorno alla
querelle istituzionale fra Giorgio
Napolitano e la procura di Palermo, con tanto di stilettate dialettiche e
metaforici colpi di moschetto, titoli a nove colonne che hanno rivelato una
particolare acredine. Dimostrazione di un fatto compiuto: se l’imputato non è
Berlusconi, le coscienze integerrime si rivelano note discordanti di un mesto
spartito. E così
La Repubblica
diventa una specie di Tribunale dell’Inquisizione, ove accusa e difesa del
Colle ottengono ampio spazio.

Dietro
l’angolo del Quirinale, in questa sorta di mediatico ring dell’informazione, si schiera il Fondatore Supremo, Eugenio
Scalfari, e con lui – come vedremo – l’ex giudice della Corte Costituzionale Giovanni
Maria Flick, impegnati entrambi a tutelare l’onorabilità individuale ed istituzionale
del Presidente. Sull’altro versante Marco Travaglio e Paolo Flores d’Arcais
trovano un insperato alleato in Gustavo Zagrebelsky, storica firma di Largo
Fochetti nonché presidente emerito della medesima Corte.

Il
pomo della discordia è semplice: ha fatto bene Napolitano a sollevare il
conflitto di attribuzione in merito all'azione posta in essere dai pubblici
ministeri palermitani? Pm che, è bene ricordarlo, hanno intercettato una
telefonata del Colle con l’ex Ministro Nicola Mancino in merito alle inchieste
sulla trattativa Stato-mafia?

Eugenio
Scalfari non ha avuto dubbi di sorta. Le informazioni contenute nella
registrazione telefonica risultano, per dichiarazione stessa delle autorità
inquirenti, penalmente irrilevanti, per cui il Colle invoca l’applicazione del
dettato costituzionale. La politica non può abiurare alla propria funzione e l’autonomia
della magistratura non va confusa con l’anarchia istituzionale. Esistono dei
limiti che non possono essere varcati, altrimenti il caos regnerà sovrano,
fornendo il fianco alle offensive strumentali di politici qualunquisti come
Berlusconi. D’Arcais non ci sta. Di fronte a tale riflessione ha un colpo di
genio: tira fuori un articolo d’annata del Fondatore, un editoriale contro il
tentativo di inquinare la verità dagli scranni più alti delle istituzioni.
Scalfari, sostiene l’opinionista sul Fatto Quotidiano, fino a poco tempo fa
sottolineava come chi non avesse nulla da nascondere non potesse esimersi da un’ordinaria
azione di controllo. Oggi ha cambiato opinione e preferisce secretare gli atti.

A
questo punto il Fondatore si ribella: scrive a nuora, perché suocera intenda.
In una singolare lettera ad Ezio Mauro, pubblicata nell’apposito spazio
dedicato ai lettori di Repubblica, Scalfari diffida Micromega dal pubblicare nuovamente articoli a suo nome, senza l’esplicito
consenso dell’autore. Tutto giusto? Non esattamente. In primo luogo perché d’Arcais
ha rispettato il diritto d’autore, citando esplicitamente la fonte (altrimenti
sarebbe stato oggetto non di una diffida deontologica, ma di una querela
legale); in secondo luogo perché Micromega
e Repubblica fanno parte del medesimo
gruppo editoriale. La lettera a Mauro assume, allora, dei caratteri differenti
e soprattutto si manifesta in chiaroscuro il destinatario insospettabile: Carlo
De Benedetti, padrone assoluto e deus ex
machina
di tutta la baracca.

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