settembre 14, 2012

L’altra morale

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Sulla
storia della necessaria indipendenza, i redattori del Fatto Quotidiano hanno
costruito una battaglia epocale. Marco Travaglio, in particolare, ha ereditato
dalla sua collaborazione all’Unità i peggiori difetti del giornalismo di
sinistra: l’idea non già di essere un uomo libero fra uomini liberi, ma di
rappresentare in certa misura, con ostentata e presunta autorevolezza, il grado
stesso della libertà civile possibile in questo paese. Lo ha fatto contro i
professionisti della carta stampata, contro chi scrive su commissione, contro
chi elabora le linee editoriali delle differenti testate, essendo poi però a
libro paga di questo o quel gruppo politico. Così non si abbattono solamente
gli steccati, ma si distrugge l’intera fauna dell’informazione, in quanto il
giornalista medio non dispone di chissà quali capitali ed è costretto ad
incontrare il mondo dell’impresa. Ferrara? Diventa un servo. Belpietro? Uno
schiavo. Il Giornale? L’organo di famiglia. Polito? L’amico degli Angelucci, e
via dicendo. Definizioni sprezzanti per etichettare chiunque, un marchio a
fuoco che squalifica qualsivoglia obiezione, come se il soggetto fosse
eterodiretto da un onorevole, da un senatore o da un gruppo d’interesse. Contro
questo modello, il Fatto ha promosso una diversa partecipazione, definita
trasparente: una società per azioni priva di azionista di controllo, le cui quote
sono ripartite fra gli originari fondatori. E questo avrebbe eliminato il
problema alla radice, tanto più che il giornale non percepisce finanziamento
pubblico.

Ma
cosa succede se una delle teste pensanti del medesimo organo d’informazione
beneficia poi, per la propria attività professionale slegata dalla stampa quotidiana,
di altri rapporti, di altri canali editoriali? Scopriamo così come la Casaleggio
Associati, una società che secondo Il Mondo si occupa “di realizzare e vendere software, hardware, produzioni editoriali e
multimediali come dvd
”, sia alla base della messa in commercio delle inchieste
e delle ricostruzioni storiche di Travaglio, i dvd – per l’appunto – in cui l’opinionista
pontifica dall’alto del suo scranno. Ora, poiché Casaleggio non appare esattamente
una figura di secondo piano in questo dato contesto storico, come dovremmo
interpretare il rapporto che intercorre fra Travaglio ed il suo editore? E come
dovremmo analizzare, col senno di poi, non soltanto le interviste più o meno in
ginocchio a tu per tu con Beppe Grillo, ma anche la costante battaglia volta a
perorare la causa del Movimento 5 Stelle?

settembre 12, 2012

Carta, penna e ghigliottina

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20120911_ingroia

Dopo
il reporter d’assalto situato nelle retrovie ed il cronista in trincea protetto
dalla bandiera di partito, questa sciagurata professione doveva conoscere
l’ennesima e screziata variante: il giornalista togato, il pubblico ministero
dell’informazione, il gran giurì della giustizia pronto a pontificare e
scrivere sermoni su ogni dossier italiano, con tanto di sentenze inappellabili
e fallaci. Il tratto distintivo è sempre lo stesso: un atteggiamento sprezzante
nei confronti dei “servi” che non riconoscono la Verità dogmatica, non quella
scritta nei codici morali o nella Bibbia, nel Talmud o nel Corano, bensì quella
deducibile dalle requisitorie dei procuratori del momento. Pazienza se poi le
sentenze smentiscono; anche quando un processo si rivela inconsistente sotto il
profilo giuridico, per palese assenza di prove o perché il fatto semplicemente
non sussiste, c’è sempre qualche carta cui aggrapparsi per evidenziare il
dubbio e celebrare attorno ad esso un rito orgiastico di sottile piacere. Il
piacere di scoprire il complotto, naturalmente, la congiura, la trappola ordita
dai poteri forti per depistare, infangare ed inquinare la vita sociale della
nostra collettività. C’è un sempre un nemico, un cavaliere oscuro, che minaccia
l’equilibrio cosmico. Neanche Asimov si sarebbe avventurato in certi sentieri,
ma i maestri di penna, calamaio e codice penale mostrano noncuranza nei
confronti del senso del ridicolo e si ritrovano così a sostenere posizioni che
definire ardite è perfino eufemistico.

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settembre 20, 2011

Mezzanotte in miniera

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Indice di gradimento ai minimi storici, un piano d’emergenza sul mondo del lavoro che non ha convinto l’opinione pubblica, un’economia stagnante e la perdita di fiducia sulla stabilità finanziaria. Sono queste le ragioni per cui il Chicago Tribune, attraverso la firma di Steve Chapman, ha invitato Barack Obama a un mesto ritiro dalla scena politica. Magari con un colpo di coda finale: lasciare il testimone a Hillary Clinton, chiamata ipoteticamente a confrontarsi con una serie di scenari dal potenziale esplosivo.

P.S. Intanto in Italia è stata scritta una brutta pagina di storia circa la libertà di stampa. Nell’epoca in cui il martirio mediatico è affascinante se finalizzato alla lotta nei confronti del sultano, nell’epoca in cui il diritto alla resistenza viene santificato con lauti compensi mentre si reclama la profonda iniquità del confino, casi di ordinaria follia oscurantista vengono derubricati a eventi di minore importanza, nel silenzio generale e compiacente della stampa nazionale. Fa eccezione, come spesso accade, Pierluigi Battista. L’idea che un tribunale possa sancire per «illecita concorrenza da denigrazione» il ritiro di un pamphlet dal mercato librario, imponendo parimenti il divieto di reiterarne la pubblicazione, ha qualcosa di profondamente inquietante. Il fatto, poi, che non un’anima bella si scandalizzi contro una forma d’Inquisizione laica perpetrata da un tribunale di Stato lascia perplessi sulla bontà d’animo e sulle ragioni che spingono tanti padri e maestri ad invocare la crociata per abbattere il tiranno.

settembre 19, 2011

Mezzanotte in miniera

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Indice di gradimento ai minimi storici, un piano d’emergenza sul mondo del lavoro che non ha convinto l’opinione pubblica, un’economia stagnante e la perdita di fiducia sulla stabilità finanziaria. Sono queste le ragioni per cui il Chicago Tribune, attraverso la firma di Steve Chapman, ha invitato Barack Obama a un mesto ritiro dalla scena politica. Magari con un colpo di coda finale: lasciare il testimone a Hillary Clinton, chiamata ipoteticamente a confrontarsi con una serie di scenari dal potenziale esplosivo.

P.S. Intanto in Italia è stata scritta una brutta pagina di storia circa la libertà di stampa. Nell’epoca in cui il martirio mediatico è affascinante se finalizzato alla lotta nei confronti del sultano, nell’epoca in cui il diritto alla resistenza viene santificato con lauti compensi mentre si reclama la profonda iniquità del confino, casi di ordinaria follia oscurantista vengono derubricati a eventi di minore importanza, nel silenzio generale e compiacente della stampa nazionale. Fa eccezione, come spesso accade, Pierluigi Battista. L’idea che un tribunale possa sancire per «illecita concorrenza da denigrazione» il ritiro di un pamphlet dal mercato librario, imponendo parimenti il divieto di reiterarne la pubblicazione, ha qualcosa di profondamente inquietante. Il fatto, poi, che non un’anima bella si scandalizzi contro una forma d’Inquisizione laica perpetrata da un tribunale di Stato lascia perplessi sulla bontà d’animo e sulle ragioni che spingono tanti padri e maestri ad invocare la crociata per abbattere il tiranno.