Sulla
storia della necessaria indipendenza, i redattori del Fatto Quotidiano hanno
costruito una battaglia epocale. Marco Travaglio, in particolare, ha ereditato
dalla sua collaborazione all’Unità i peggiori difetti del giornalismo di
sinistra: l’idea non già di essere un uomo libero fra uomini liberi, ma di
rappresentare in certa misura, con ostentata e presunta autorevolezza, il grado
stesso della libertà civile possibile in questo paese. Lo ha fatto contro i
professionisti della carta stampata, contro chi scrive su commissione, contro
chi elabora le linee editoriali delle differenti testate, essendo poi però a
libro paga di questo o quel gruppo politico. Così non si abbattono solamente
gli steccati, ma si distrugge l’intera fauna dell’informazione, in quanto il
giornalista medio non dispone di chissà quali capitali ed è costretto ad
incontrare il mondo dell’impresa. Ferrara? Diventa un servo. Belpietro? Uno
schiavo. Il Giornale? L’organo di famiglia. Polito? L’amico degli Angelucci, e
via dicendo. Definizioni sprezzanti per etichettare chiunque, un marchio a
fuoco che squalifica qualsivoglia obiezione, come se il soggetto fosse
eterodiretto da un onorevole, da un senatore o da un gruppo d’interesse. Contro
questo modello, il Fatto ha promosso una diversa partecipazione, definita
trasparente: una società per azioni priva di azionista di controllo, le cui quote
sono ripartite fra gli originari fondatori. E questo avrebbe eliminato il
problema alla radice, tanto più che il giornale non percepisce finanziamento
pubblico.
Ma
cosa succede se una delle teste pensanti del medesimo organo d’informazione
beneficia poi, per la propria attività professionale slegata dalla stampa quotidiana,
di altri rapporti, di altri canali editoriali? Scopriamo così come la Casaleggio
Associati, una società che secondo Il Mondo si occupa “di realizzare e vendere software, hardware, produzioni editoriali e
multimediali come dvd”, sia alla base della messa in commercio delle inchieste
e delle ricostruzioni storiche di Travaglio, i dvd – per l’appunto – in cui l’opinionista
pontifica dall’alto del suo scranno. Ora, poiché Casaleggio non appare esattamente
una figura di secondo piano in questo dato contesto storico, come dovremmo
interpretare il rapporto che intercorre fra Travaglio ed il suo editore? E come
dovremmo analizzare, col senno di poi, non soltanto le interviste più o meno in
ginocchio a tu per tu con Beppe Grillo, ma anche la costante battaglia volta a
perorare la causa del Movimento 5 Stelle?



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