Il Guardian offre una puntuale analisi di Nabila Ramdani sull’integrazione delle minoranze islamiche in Francia. Ancora una volta finisce sotto i riflettori il capitolo “velo”, con le discutibili politiche adottate da Nicolas Sarkozy.
«Under such circumstances the real issue raised by Sarkozy’s burqa ban – and especially the watered down version – is not the freedom of the handful of few women who wear full veils (less than 2000 and most of them confined to isolated housing estates, according to all reliable estimates), but the very place of Islam in modern France. By targeting his tokenistic policies and soundbites at a harmless minority, Sarkozy and his cronies succeed in linking Islam with everything from sexism to national security threats. If these associations are genuine, then they should be dealt with in a manner which is honest and unambiguous. Anything less results in weak compromises engendering nothing but fear and suspicion, often without anybody really understanding why».
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Zerrin Baydar, Çaglar Savkay e Mesut Tufan hanno tentato di riavvicinare la Francia alla Turchia con una mostra curiosa.
“The Ottomans introduced coffee and the coffee culture to Europe. The thing that inspired croissants seems like nothing but the Ottoman crescent. Similarly, we have coffeehouses but also cafés. When we are eating croissants, we are eating an ordinary French thing.”
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C’è qualcosa di moralmente inaccettabile nelle espressioni usate da Daniela Santanchè contro il profeta Maometto. C’è uno spirito di intolleranza nei confronti del diverso che rasenta i toni più brutali di una destra estrema e radicale, la cui anima oltranzista risulta oggi anacronistica e ridicola. Ma c’è anche dell’altro: c’è il riflesso di una debolezza interpretativa nel concepire il ruolo dell’Occidente, la manifestazione più evidente di una scarsa propensione all’elaborazione culturale dei processi di integrazione, e il rischio di una guerra senza frontiere nei confronti della nostra diplomazia.
Riassumiamo i fatti: domenica pomeriggio, su Canale 5, la trasmissione di approfondimento condotta dalla D’Urso si è trasformata nell’ennesima crociata messa in atto dal leader del Mpi. Parlando della questione sollevata in ambito europeo sulla possibilità di rimuovere i nostri crocifissi dalle aule, Daniela Santanchè non si è trattenuta, accusando la controparte islamica – guidata, nello specifico, da Ali Abu Schwaima – a prescindere dalla palese contrarietà dell’imam in studio rispetto alle conclusioni della Corte dei diritti dell’uomo. Una frase si è distinta tra le urla: «Maometto era poligamo, aveva nove mogli, l’ultima delle quali aveva nove anni, quindi era pedofilo, pe-do-fi-lo. E’ la storia». Espressione, quest’ultima, pronunciata a più riprese. Scatta la pausa pubblicitaria e la Santanchè corregge il tiro, precisando che non era sua intenzione offendere gli uomini di fede coranica e affermando, anzi, con una certa noncuranza, di avere dietro di sé la quasi totalità dell’Islam moderato.
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«Ho cominciato a riflettere in un’epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne». Inizio volutamente questa breve riflessione rendendo omaggio a Lévi-Strauss, intellettuale ante litteram per definizione, recentemente scomparso alla veneranda età di cento anni, dopo aver illuminato ciascuno di noi sulla via della conoscenza antropologica dell’essere.
Devo dire la verità: la decisione della Corte dei diritti dell’uomo non mi ha sorpreso più di tanto. Sfrattare Cristo dalle nostre istituzioni pare la logica conseguenza di un atteggiamento estremamente noncurante, adottato spesso dalla comunità europea su certe tematiche. Altrettanto lapalissiano è il patrocinio dell’iniziativa a cura di alcuni membri dell’Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti): parliamo di persone disposte a versare un obolo di settemila euro pur di coprire i pullman delle metropoli con frasi perentorie sull’inesistenza di Dio, con buona pace della crisi economica e giusto per turbare lo stato di convivenza civile già precario in questo nostro paese. Tuttavia ciò che più infastidisce è il clima di ostilità al cristianesimo che spesso si diffonde nel quadro continentale, a folate, secondo le mode del momento. La prima vittima fu Rocco Buttiglione, reo di aver considerato l’omosessualità come un peccato. Certo, obiettarono i Soloni dell’epoca, una persona così bigotta non potrà mai tutelare l’intera collettività. Epperò lo stesso Buttiglione, fin dalle premesse, aveva specificato il senso delle sue parole e l’esigenza di distinguere i convincimenti dottrinali rispetto alla pratica governativa, volta a una ligia considerazione laica della sfera del potere. Pazienza.
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Oggi il pezzo del giorno è sicuramente quello di Messori.
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Domani, su queste colonne, troverete un focus sulla situazione iraniana e sugli ultimi sviluppi in ambito internazionale dopo le rivelazioni dell’Aiea. Per questa settimana, pertanto, anticipiamo a sabato l’impegno col teatro, pubblicando un pezzo a me particolarmente caro: l’ultimo canto del Paradiso di Dante, recitato da Roberto Benigni.
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Caro direttore, poiché Daniela Santanché invita a parlare di fatti e non di teorie, mi adeguo al suo registro e mi limito a porre una serie di constatazioni. Primo, ciarlare di velo islamico in generale non ha senso, poiché l’hijab – il copricapo posto sui capelli – non è in contrasto con alcuna norma costituzionale, a meno che non si vogliano bandire berretti e bandane con una nuova disposizione legislativa (in questo caso non ditelo al premier). Secondo, le trasformazioni delle culture ancestrali che avvengono dall’interno delle civiltà hanno sempre una rilevanza differente rispetto a quelle imposte dall’esterno. Anziché educare le masse a suon di manifestazioni di partito in cerca di visibilità, sarebbe più opportuno riflettere sulla necessità di trovare punti di convergenza su cui discutere. Terzo, nonostante la condizione femminile nei paesi arabi non sia certo rosea, non è vero che le donne sono stroncate dall’immobilità collettiva: qualche anno fa in Arabia Saudita un movimento civico promosse una petizione per abolire le restrizioni poste alle donne per la visita al santuario della Mecca e ottenne una straordinaria vittoria. Le semplificazioni banali non portano da nessuna parte.

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