Il primo ministro turco è stato abbastanza chiaro nell’enunciare il principio solenne di legalità su cui dovrà reggersi, d’ora in avanti, la repubblica: non esistono soggetti al di sopra della legge. Una frase apparentemente banale come questa, data per condizione assodata nelle liberaldemocrazie occidentali, cela in realtà un messaggio recondito che non è stato per nulla approfondito dalla stampa italiana. Le affermazioni di Erdogan, infatti, non corrispondono ad una mera manifestazione di vuota retorica, bensì costituiscono un implicito avvertimento all’establishment militare del paese.
Martedì 23 Febbraio le forze dell’ordine di Ankara si sono mosse tempestivamente per arrestare una quarantina di persone con l’accusa, niente affatto leggera, di tentato golpe. Fra queste spiccavano, in particolare, i nomi di alti ufficiali delle forze armate, da sempre impegnati nella strenua difesa della laicità kemalista dello Stato turco. In realtà, però, il fattore spirituale in politica c’entra poco o niente ed è una variabile secondaria. Come rilevato da Michael Thumann, fra osservanti e laici, le divisioni sono spesso fittizie, dettate dall’agenda quotidiana o da retaggi storici, non da una conclamata antitesi progettuale. La posta in gioco è alta: disegnare il volto della Turchia del ventunesimo secolo è un’operazione particolarmente impegnativa, tanto più se si rammenta come spesso la società civile tenda ancora a considerarsi l’erede diretta della Sublime Porta. In tale contesto pensare di escludere una delle due fazioni dalla gestione della cosa pubblica appare come un esercizio controproducente. Che vi sia, infatti, una distinzione di base è innegabile.
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Meraviglioso reportage di Roberto Bongiorni sul Sole 24 Ore.
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Nutro una certa invidia nei confronti di quanti, in queste ore, senza colpo ferire emettono aspre sentenze sulla condotta politica del Colle. Il decreto interpretativo varato dal Governo costituisce indubbiamente un atto piuttosto squallido per una democrazia occidentale, ma le connotazioni negative e le chiavi di lettura differenti del testo presentato dall’Esecutivo non possono portare automaticamente all’estensione di giudizi critici sul Quirinale. Il perché è presto detto.
Affinché un sistema sia pienamente liberale devono sussistere almeno due fattori: la rappresentanza diretta del corpo elettorale (nel rispetto del principio democratico e del suffragio universale) e la recezione delle regole generali stabilite di comune accordo al momento della definizione dello Stato. Solo su queste basi il contratto sociale può reggere in una prospettiva più ampia. Ora, il Presidente Napolitano, com’è chiaramente comprensibile, si è trovato di fronte ad un conflitto: è più giusto, ai fini della tutela del sistema, mantenere saldamente il controllo dei principi “burocratici” dell’ordinamento, delle regole del gioco, o è formalmente corretto riconoscere il diritto alla principale forza rappresentativa del paese di competere regolarmente, nonostante l’inettitudine dei singoli e fatta salva una valutazione negativa degli eventi? Non è un dubbio da poco conto, perché ripropone quel conflitto stridente che non poche volte si è posto all’indomani della rivoluzione francese: meglio la democrazia o il liberalismo per preservare il nuovo ordine costituito?
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Doveva essere un Esecutivo snello, capace di adottare provvedimenti rapidi e tempestivi, onde evitare un ulteriore aggravio dei problemi; doveva essere, almeno nelle premesse della campagna elettorale, un Esecutivo liberale, attento allo spirito della tolleranza, aperto alle diverse componenti della
comunità nazionale che armonicamente s’impegnano con costanza a relazionarsi in un’ottica di pluralismo aconfessionale. Questa doveva essere la cifra di fondo di una destra istituzionale e presentabile. Ne è venuto fuori, col tempo, qualcosa di diverso, profondamente diverso. Sono state compiute scelte sbagliate in settori di vitale importanza che costituiscono inevitabilmente lo specchio di una civiltà e di un certo modo di intendere la politica. Faccio riferimento esplicito alle politiche migratorie e alle direttive sciagurate, scongiurate esclusivamente grazie all’intenso lavoro diplomatico della Santa Sede, secondo le quali medici e presidi spia avrebbero dovuto inondare, presto o tardi, i rami principali degli uffici di pubblica utilità, riservando ai migranti trattamenti indegni e indecorosi, mostrando parimenti una damnatio memorie inerente l’epoca passata, allorquando il fagotto del viaggio spettava esclusivamente ai nostri connazionali.
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La questione dell’annullamento di un dato numero di firme, necessarie alla presentazione delle liste di centrodestra in prossimità della tornata elettorale, è indicativa di un particolar modo di concepire la politica; un modo lassista e alquanto grezzo, basato sulla forzatura costante delle regole, sulla libera interpretazione di comandi ritenuti universali e, pertanto, generici e violabili, nella migliore tradizione italica.
La prima cosa che colpisce, naturalmente, è l’incompetenza surreale dei funzionari di una piccola classe dirigente, incapace per vocazione di presentare non già un ordinato piano di governo appropriato alle diverse realtà territoriali, bensì una banale modulistica burocratica nei tempi previsti e sanciti dalla legge. Il secondo dato, ancor più curioso, è l’appello fatto dai candidati locali direttamente al presidente della Repubblica. L’auspicio di un intervento risolutorio del Quirinale, infatti, sottintende l’ennesima violazione delle impostazioni normative vigenti, in funzione di uno strappo dettato dalle inadempienze dei singoli. Siamo al paradosso. E’ come se un consigliere comunale beccato con le mani in pasta, alzasse lo sguardo al cielo e con gesto mite, con aria sorniona, ribadisse: “tutti rubano, perché devo essere punito solo io?”. Il gap democratico che si verrebbe a creare non pare una scusa legittima e d’altronde il Colle, com’era prevedibile, ha risposto nell’unica maniera ipotizzabile: «spetta esclusivamente alle competenti sedi giudiziarie la verifica del rispetto delle condizioni e procedure previste». Come dire, al di là dei buoni propositi, che un intervento a gamba tesa in una materia non attribuibile al capo dello Stato potrebbe istituire di fatto un precedente pericoloso, tanto più che l’attuale presidente del Consiglio in passato non ha lesinato critiche alla massima carica istituzionale, in funzione di presunti compiti ordinati da una costituzione ideal-populista di stampo tendenzialmente presidenziale (si pensi alla moral suasion che avrebbe dovuto usare Napolitano ai tempi dell’approvazione del Lodo Alfano).
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Nina Khrushcheva, 5 Febbraio 2010.
«Il 15 dicembre del 1967, Yanukovych (all’età di 17 anni) è stato condannato a trentasei mesi di reclusione per rapina e violenza sessuale. Tre anni dopo tornò in prigione, condannato stavolta per omicidio colposo. Ma, per motivi che restano inspiegati, i giudici sovietici eliminarono i suoi precedenti penali nel 1978, poco prima dell’iscrizione al Partito comunista. Nel 2006, Yanukovych è stato accusato di aver falsificato i documenti necessari per l’eliminazione dei precedenti. I due principali dossier utilizzati per rovesciare le condanne per stupro e rapina furono oggetto di condanna. Inoltre la firma originaria del giudice risultò contraffatta. E’ stupefacente come un recidivo, due volte condannato per crimini efferati, un uomo capace di frodare un’elezione presidenziale – pronunciandosi in favore di una violenta repressione ai danni di uomini e donne che protestavano pacificamente contro il torto elettorale – possa ancora oggi essere un candidato per ogni carica pubblica, in particolare per la presidenza di un paese di quasi 50 milioni di persone. La candidatura di Yanukovych rivela ampi aspetti sulla natura delle persone attorno a lui e sulla fragilità della democrazia in Ucraina».
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Nel mese di Ottobre, su queste colonne, avevamo ricostruito la storia del lento riavvicinamento diplomatico fra Turchia e Armenia, un’operazione complessa e piena di nodi irrisolti, in virtù del contenzioso storico inerente il genocidio perpetrato dall’Impero ottomano.
Sotto l’occhio vigile della comunità internazionale e sulla spinta delle pressioni di Washington, i rappresentanti di Yerevan ed Ankara, nella seconda settimana del suddetto mese, riuscirono ugualmente a firmare un accordo di normalizzazione dei rapporti per la ripresa delle relazioni diplomatiche e la progressiva riapertura dei confini.
Sembrava delinearsi una chiara strategia adottata dal Primo ministro Erdogan: l’obiettivo dell’Esecutivo poteva essere volto esclusivamente alla risoluzione di ogni contenzioso regionale, onde tracciare una prospettiva di stabilità del territorio per far maturare rapporti di buon vicinato, magari nella prospettiva di un’integrazione politica o di una partnership economica con l’Unione Europea.
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