aprile 27, 2012

Il Fronte della discordia

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Analizzare i dati di una tornata elettorale non è mai un’operazione semplice e le percentuali conseguite dalle singole sigle si prestano a molteplici letture. L’esempio francese, in questo senso, non fa eccezione. La grande stampa si è concentrata sull’exploit del Front National, ravvisando – nell’affermazione dell’estrema destra – un pericolo per l’equilibrio di tutto il continente. Il timore, mal celato, è che la crisi possa produrre un meccanismo analogo a quello degli anni Trenta, con una significativa esasperazione del dibattito pubblico. E’ la tesi di Bernardo Valli su Repubblica, ad esempio, che intravede le proverbiali nubi che annunciano tempesta. In realtà il dato acquisito dalle urne va fortemente ridimensionato, sebbene vi sia in esso un elemento importante che serve da cartina di tornasole per un pieno giudizio politico.

Storicamente il Fronte Nazionale conta su un blocco sociale che equivale grosso modo al 10% della popolazione francese. Parliamo di un elettorato potenziale, non effettivo. Dagli anni Novanta la possibilità di presentare certi temi complessi insiti nelle dinamiche della globalizzazione con tono espressamente qualunquistico, banalmente esemplificativo, ha concesso alla leadership del movimento di acquisire via via maggiore notorietà, permettendo parimenti di fare breccia su un segmento della popolazione sempre più ampio, una fascia particolarmente intimorita – e pertanto ostile – dalle dinamiche della modernità. La campagna elettorale è stata così istituita secondo uno schema binario fisso: francesi/immigrati, popolo/banche, sovranità nazionale/sottomissione europea. A fronte di questo processo si devono registrare costanti ritmi di crescita, che hanno portato il partito allo storico ballottaggio del 2002, col 17% circa delle preferenze. In questa prospettiva ad ampio respiro il 18% conseguito da Marine Le Pen nella corsa presidenziale sicuramente corrisponde ad un passo avanti nel consolidamento di una strategia. E pur tuttavia esso non costituisce il nodo cruciale di una maturazione. Va tenuto in considerazione il trend elettorale, non il dato dell’ultimo momento.

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aprile 17, 2012

Lega, finanziamenti e una manzoniana speranza

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E’ con una certa ironica soddisfazione che assisto agli improvvisi richiami al garantismo da parte di una certa corrente della Lega, la quale – avendo evidentemente deposto i cappi nei cassetti delle aule parlamentari nel lontano 1996 – adesso invoca la pulizia interna come unico strumento risolutorio di una controversia, quella sull’utilizzo improprio dei fondi pubblici, che ha una naturale rilevanza penale. Ora, non voglio ancora porre l’attenzione sull’anomalia italiana relativa ai finanziamenti delle forze politiche. La democrazia è competizione in ogni Stato liberale. Da noi, in uno Stato un po’ sui generis, la concorrenza è farsata in virtù della longevità: se fai parte del sistema, sparire non è il caso, non sarebbe educato. E tale ragionamento andrebbe esteso, in misura trasversale, anche alle forze rappresentative del mondo del lavoro e ad altre varie piccole caste che avvelenano la finanza pubblica, proprio mentre Monti chiede rispetto e rigore. Ma stante queste scarse considerazioni, nel mentre rivolgo con attenzione un occhio alle dinamiche interne di quella che appare, per struttura e radicamento territoriale, l’ultima forza leninista presente nel nostro paese, mi pongo anche una serie di domande sullo straordinario sarcasmo della vita.

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marzo 26, 2012

Per chi suona la campana

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Bisognerà intendersi, prima o poi, su quale differenza intercorre tra paese legale e paese reale, anche nelle minuzie della nostra miseria politica. Sì, perché la battaglia sulla permanenza o meno, nel nostro impianto legislativo, dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, appare più che altro un feticcio, una questione di principio, una traccia formale e poco sostanziale, un oggetto di culto di un’Italia in bianco e nero che non esiste più.

Qualunque lavoratore oggi si appresti a firmare un contratto con un’azienda non ha maggiori tutele rispetto ai suoi predecessori, anzi, nella stragrande maggioranza dei casi è soggetto ad una ventilata minaccia: è l’azienda stessa che stabilisce una misura cautelativa per sé, imponendo sottobanco al neo-assunto una lettera di dimissioni in bianco, uno strumento di garanzia per il datore di lavoro da esercitare al momento opportuno per ridefinire la struttura organizzativa in vista di una massimizzazione del profitto. E’ l’economia del ventunesimo secolo, bellezza. Si può discutere o meno sulla moralità di un modello economico che alimenta simili contraddizioni al proprio interno, si può tranquillamente disquisire sul legame dubbio tra vetero-capitalismo e liberalismo democratico, in un’ottica di tutela della posizione dell’individuo, ma la cifra di fondo resta la stessa: fatta la legge, quarant’anni or sono, trovato l’inganno. La Camusso lo sa, come Bersani e Bossi, ma gli esponenti di una classe politica e sindacale esautorata dalle proprie funzioni per manifesta incapacità preferiscono parlare del sesso degli angeli, di quanti diritti stiamo sacrificando in nome di una nebulosa promossa dal governo tecnico, senza sapere lo scopo o la fine ultima di un simile provvedimento. Nessuno dice che ce l’ha chiesto l’Europa ed il risultato è che Monti appare il bersaglio facile di fronte agli occhi dell’opinione pubblica: è come prendersela col bidello per le inadempienze del preside.

marzo 25, 2012

Un medico in banca

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La nomina di Jim Yong Kim alla leadership della Banca Mondiale potrebbe essere la sfida più interessante che Barack Obama ha lanciato dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca. L’ultimo decennio è stato caratterizzato dall’esasperazione politica di un atteggiamento ben poco liberale, un riflesso isterico messo in atto, più o meno genuinamente, da quanti credevano e tuttora ribadiscono in maniera cieca la propria piena fiducia nella capacità del mercato di autoregolamentarsi.

Porre pertanto al vertice dell’istituto economico internazionale per eccellenza un medico antropologo è un’operazione indubbiamente rischiosa, tanto più se si considera la pletora dei pretendenti lasciati a bordo campo, nonostante i curricula e le legittime aspettative. Come ha sottolineato Mario Platero, l’uomo – lungi dall’essere un diplomatico o un esperto di titoli azionari – «ha vinto il premio della McArthur Foundation dedicato ai “geni”, ha diretto il dipartimento anti Aids dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, è il rettore di Dartmouth, ha fondato Partners for Health una non profit ammirevole per aiutare la lotta contro malattie infettive (Tbc in particolare) nei paesi più poveri». E’ questo il dato interessante dell’operazione politica messa in atto da Washington: «negli ultimi venti anni, il più grande cambiamento nel campo dello sviluppo economico e nella lotta per la riduzione della povertà è stata l’integrazione delle iniziative di salute pubblica con i programmi di prestito tradizionali». L’opzione Kim diventa così chiaramente simbolica, indica una rotta da seguire, un progetto in nuce da costruire nel tempo.

marzo 22, 2012

Ma che freddo fa

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Chiunque abbia letto e apprezzato un libro di Pamuk può facilmente richiamare alla memoria letteraria l’immagine del Bosforo imbiancato: una coltre di neve soffice, pulita, pungente, destinata a coprire il territorio turco, ad isolarlo in un glaciale abbraccio; un lenzuolo vellutato per uno scenario malinconico, uno specchio accecante destinato a riflettere al tempo stesso storie e anime di un popolo. Ma per volgere lo sguardo alle miserie della politica internazionale contemporanea, abbandonando questo quadro deamicisiano, possiamo intravedere dietro la lucida prosa di un grande letterato istanze meno nobili. Ed il freddo induce a riflettere su un problema nitidamente definito: il fabbisogno energetico.

Ankara importa attualmente il 58% delle forniture di gas direttamente da Mosca, il convitato di pietra del vicino oriente, mai del tutto amato, fin dai tempi della Sublime Porta. Un’interessante analisi condotta, come spesso accade, dal gruppo Stratfor, mostra la significativa evoluzione dei piani di espansione economica elaborati dal Cremlino. Le direttive imposte da Putin ambiscono a varare una linea di condotta duplice: il paese deve tornare ai fasti della Grande Russia ed in tal senso il controllo dei gasdotti può avvenire o tramite la stipulazione di contratti ventennali a tassi agevolati coi paesi che soffrono particolarmente l’emergenza (procurando di fatto una dipendenza economica dalla ex superpotenza), o tramite l’acquisto di impianti di stoccaggio delle riserve di gas naturale dislocate direttamente in loco. Un abbraccio, quello tra Erdogan e Putin, che potrebbe compromettere ancora di più l’interesse strategico europeo nella regione di riferimento.