La premessa è fondamentale: il dramma di Eluana Englaro merita rispetto umano, puntualità dottrinale e onestà intellettuale. Sono tre caratteristiche fondamentali da cui non si può prescindere nel momento in cui si affrontano temi delicati come il principio o la fine della vita.
La sentenza della Corte di Cassazione attesta e approva un inequivocabile caso di eutanasia, pratica attualmente proibita dalla legislazione italiana. Non capisco quali possano essere le ragioni di diritto positivo che hanno portato le toghe a esprimere questa presa di posizione. L’articolo 579 del Codice di Procedura Penale statuisce al comma uno che “chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui è punito con la reclusione da sei a quindici anni”. Il 580 rafforza il concetto con termini ancora più chiari: “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. In altre parole: costituisce reato la condotta di chi determina ad altri il suicidio o la condotta di chi cagiona la morte di altri, seppure con il di lui consenso. Si prescinde, a legislazione vigente, dalla volontà eventualmente espressa dalla persona.
Forse un domani verrà varata la legge sul testamento biologico, forse verrà concessa l’eutanasia tout-court, ma oggi le norme che disciplinano la materia proibiscono in maniera inequivocabile la pratica della presunta “dolce morte”. Confesso che chi scrive è alquanto irato dal parere espresso dalla giurisprudenza, un parere eversivo che rappresenta un ulteriore strappo del tessuto costituzionale: troppo spesso, a mio avviso, ci si è concentrati sul diritto alla morte e non su quello alla vita, diritto costituzionalmente garantito e posto a presidio dell’esistenza fisica. Troppo spesso la magistratura ha manipolato i frammenti dell’ordinamento per interpretare discutibilmente la correttezza dell’impostazione dettata dall’organo legislativo. Va urgentemente ristabilito il confine dell’autonomia interpretativa: la magistratura è e resta libera di muoversi nel rispetto dell’ordinamento e nell’ambito dei limiti imposti dalla legge. La dottoressa Maria Gabriella Luccioli e i suoi colleghi non possono far prevalere le proprie vedute ideologiche, religiose, morali o meramente politiche. Devono attenersi a quanto stabilito dal Parlamento.














Condivido. Ma ormai è tardi:qualsiasi obiezione viene elusa e bollata come fanatica,il giudice Luccioli in una intervista chiama “circo” le critiche, i magistrati impongo la loro volontà a scapito della legge, temo che abbiano vinto loro.
mi sarebbe bastato il rispetto umano.. ma in giro di questi tempi ce n’è ben poco..
Qui invece abbondiamo in dovizia di particolari. Spiace endriu, ma su certi argomenti la mia politica è semplice: non si arretra di un millimetro. Il libero confronto d’idee ci può stare ma qui non si tratta di una profonda divergenza di vedute, ma di un sostanziale abuso di potere in spregio alla legge.
spiace a me invece caro Giuseppe, perchè a me non interessa ne il libero confronto, ne la divergenza di vedute, ne l’abuso di potere, ne come dice Giovanni, chi vinca o chi perda, come se fosse una gara, mi interessa la volontà di una persona che da 16 anni è morta, ma che, per colpa di un paese immobile, è costretta a restare attaccata ad un sondino… un sondino, non so se mi sono spiegato, no perchè un sondino che ti nutre non è vita, e sinceramente voi potete dire qualunque cosa ma questo è ineccepibile, ed allora a me importa solo che in qualche modo questa persona possa liberarsi da questa condizione infernale, e vi giuro che ho un masso sul cuore quando ne parlo e quando ne scrivo. Però non accetto gente che specula vergognosamente su queste questioni, se potessi denuncerei il direttore del foglio, per “speculazioni sulla definizione di vita e sugli esseri umani”..
“voi potete dire qualunque cosa ma questo è ineccepibile”. Basterebbe questa tua frase per chiudere la discussione. Se non sei disposto a sentire ragioni, non vedo l’utilità del dibattito. E se non vedo l’utilità del dibattito, non capisco a che serva discutere e impegnare tempo. Tuttavia mi preme evidenziare che qui non c’è alcun accanimento terapeutico, qui nessuno somministra ad un corpo privo di vita delle “cure” per tenerlo in uno stato d’attesa, qui non c’è una rincorsa dei medici a spendere e spandere in cure per apparire sui telegiornali, qui non c’è la fine delle attività dell’encefalo. Qui, è questo il dato reale, si vuole levare l’alimentazione ad una malata non in grado di nutrirsi. E’ un ritorno all’antichità: i forti badano a sé stessi, i deboli soccombano in silenzio e vada in mona la tecnologia. Non capisco perché si vuole imporre alla società civile di considerare morte un terribile stadio di malattia. Cos’è? Un processo preventivo che consente ai vivi di rielaborare il lutto anticipatamente? Una strategia dei benpensanti per lavarsi la coscienza perché di fronte al dolore non sappiamo come reagire? Un modo per sentirsi più umani evitando di accudire chi soffre? E soprattutto: come si può negare che questa sia eutanasia?
P.S. Io Ferrara non l’ho neanche citato. Evidentemente sta diventando la nuova ossessione. Purché non prenda il posto di Berlusconi nella top ten, vi prego.
avevo scritto un lungo intervento, anche troppo duro, ma poi ci ho ripensato, perchè a me non interessano tutte le vostre elucubrazioni dotte e teoriche. Alla fine ciò che mi interessa, e che spero, è che questa povera ragazza possa porre fine al suo inferno personale. Auguro a voi e a me di non dover mai far fronte ad una situazione del genere.
Andrea Frazzica