L’identificazione tra Roma ed il gruppo di potere che da quindici anni gestisce l’amministrazione capitolina ha gravemente danneggiato la città sotto tutti i punti di vista. Partendo dal presupposto che ovunque l’alternanza è auspicabile per l’effettivo esercizio della democrazia, dobbiamo constatare un dato assai evidente: il veltronismo è sicuramente la cifra politica con cui confrontarsi in quella realtà territoriale. Ma come, concretamente, si è tradotta questa filosofia politica? In primo luogo il buonismo viscerale è stato il tratto fondamentale: l’idea che Roma non fosse una città aperta, ma addirittura spalancata alle diverse esigenze, disposta a farsi carico di qualsiasi problematica sociale è emersa drammaticamente negli ultimi anni. La presenza di 85 campi nomadi, la cui formazione è indubbiamente agevolata dalla realtà geografica, è indice dell’errato approccio strategico ai problemi dell’immigrazione. E’ chiaro che se un extracomunitario circola liberamente senza essere legato da alcun contratto di lavoro, nel migliore dei casi diverrà uno “sfruttato”, “merce” del lavoro nero, nella peggiore delle ipotesi pedina della criminalità. Nella campagna elettorale appena trascorsa il segretario del Partito Democratico ha fatto molto per accreditare la propria forza come la via italiana al law and order. Tuttavia, nonostante gli apprezzabili sforzi, la tolleranza nei confronti delle occupazioni forzate condotte dai centri sociali evidenzia un problema di fondo con la legalità. Si badi: non vogliamo dare patenti o deleghe a qualsivoglia politico, lungi da noi la forma mentis dipietristica della cosa pubblica, ma è compito del notista evidenziare le zone grigie, ossia le lacune della classe dirigente. Apriamo un’incisa: tempo fa l’omicidio Reggiani aprì di fatto un grosso dibattito sulla presenza e l’integrazione sociale dei cosiddetti rom. Appoggiammo naturalmente la posizione del pugno duro, sconcertati dalla distinzione tra micro e macro criminalità propensa al perdonismo spicciolo. Indicammo però quanto sbagliata potesse essere la caccia all’uomo, chiedendo semplicemente l’applicazione delle norme vigenti. Non è nostro interesse addossare colpe di singoli casi all’amministrazione pubblica, che per quanto minuziosa possa essere nell’effettivo esercizio del potere d’amministrazione ovviamente non potrà salvaguardare l’intero genere umano, ma la strada dove si consumò il reato era totalmente priva di lampioni comunali, un fattore da non trascurare. Una strada scura vicino alle baraccopoli è la consacrazione di una zona franca, un atto intollerabile in qualsiasi comune, a prescindere da chi lo governi. Infine vorremmo sfiorare un tema tabù su cui la sinistra ha imposto la propria cappa egemonica: si è accettata la farsa illusionista che identifica la cultura come esclusivo appannaggio dello schieramento progressista, concentrando la propria attenzione sulla cinematografia. Premettendo che qui si stima Veltroni sia come scrittore che come critico cinematografico, molto meno come politico, vorremmo porre a tutti i cittadini romani un quesito: il festival della capitale crea o riproduce cultura? I fondi infiniti stanziati per quell’evento non sarebbero stati più utili, nel medesimo ambito, se destinati alla produzione di opere di cineasti nazionali?
Questo non è un endorsement, ma una presa di coscienza. Forse votando Alemanno Roma cambierà. Davvero.













