Sessantatre anni dopo

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Esattamente due anni fa Letizia Moratti venne fischiata e contestata per la sua partecipazione al corteo del 25 aprile. I manifestanti scandirono slogan sulla sua connivenza col nuovo duce di Arcore, inscenando un siparietto piuttosto grottesco al grido “Milano ti ripudia”. Nel corso della stessa manifestazione, i medesimi soggetti pensarono che un atto antimperialista fosse dovuto e decisero di bruciare alcune bandiere d’Israele, contestando la brigata ebraica. Una velina di quelle ore può essere più esaustiva di mille parole: «Il candidato sindaco del centrodestra, che spingeva il padre Paolo Brichetto, ex deportato al campo di concentramento di Dachau e decorato con medaglie alla Resistenza dal presidente Ciampi, ha deciso di abbandonare la manifestazione».

Squadrismo fascista. Squadrismo fascista.

Ventiquattro mesi dopo, l’inedito trio Bindi-Ferrero-Vendola s’indigna per l’assenza dell’ex ministro dell’Istruzione, accusandola di essere indifferente alla libertà e propensa a dividere il paese. In Liguria intanto altri “compagni camerati” hanno compiuto il loro scempio rendendo onore alla crassa ignoranza che caratterizza le loro gesta. Scrive Repubblica:

«una bordata di fischi, che ha soverchiato gli applausi, e qualche grida di “buuu” hanno accolto l’arcivescovo di Genova, e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, al suo arrivo a Palazzo Ducale per la cerimonia di celebrazione del 25 Aprile».

L’ennesimo vile atto di squadrismo culturale, che nasconde la pretesa di superiorità morale e il vanto di scrivere col sangue dei vinti le pagine del resoconto storico di quei giorni. Come se la liberazione fosse roba loro. Qui siamo controcorrente e gli epiteti insulsi non ci spaventano, tanto meno se a proferirli sono i responsabili dei centri sociali: ci piace leggere Pansa e De Felice, indagare sulle pagine buie del conflitto civile, scoprendo non soltanto i crimini delle camice nere, ma anche gli eccessi di violenza partigiana che non possono essere citati pubblicamente, pena il reato politico d’aver compiuto atti che possano intaccare l’immagine oleografica degli eventi, scardinando il sistema che tanta grazia ha reso a chi – sul mito della resistenza – ha costruito il proprio avvenire.

Ribadiamo quanto detto in passato, perché la nostra posizione non è mutata di una virgola: «Bisognerebbe ricordare la conclusione della guerra, l’esito del referendum costituzionale in favore della repubblica o, in alternativa, la formazione del primo governo democratico dopo anni di dittatura. E invece niente. Noi italiani preferiamo cullare le nostre memorie sull’esito di una guerra civile, rivangare le ferite di una spaccatura che ha dilaniato il paese, per concedere a qualche privilegiato di bottega la facoltà di discettare sulla Resistenza. A questo serve il 25 Aprile».

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