Tienanmen atto II

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In queste ore i dispacci delle agenzie lasciano trapelare una desolante realtà nello scenario internazionale: l’esercito cinese ha inviato i carri armati nel centro della capitale tibetana e gli agenti in tenuta anti-sommossa hanno sfollato i manifestanti del movimento per l’autonomia, sparando diversi colpi di arma da fuoco sui cittadini e sui monaci buddisti. Lhasa è in fiamme, bruciano diversi edifici soprattutto nella parte antica della città. I tre principali monasteri sono stati accerchiati da migliaia di soldati e due bonzi di Drepung verserebbero, secondo fonti non ufficiali, in condizioni critiche dopo aver tentato il suicidio tagliandosi le vene. Il regime cinese esprime il suo rancore nei confronti del can can mediatico tramite l’agenzia Xinhua, ribadendo come «il governo della regione autonoma (governo insediato dai dirigenti del Partito Comunista di Pechino, n.d.G.L.) afferma di avere prove sufficienti che il recente sabotaggio è stato organizzato, premeditato e diretto dalla cricca del Dalai Lama». «Le violenze, inclusi pestaggi, saccheggi e incendi – continua il comunicato – hanno scombussolato l’ordine pubblico e messo a repentaglio la vita e le proprietà della gente». L’autorità morale buddista ha risposto fermamente evidenziando come l’unità e la stabilità ottenute «con la forza bruta sono soltanto, nel migliore dei casi, una soluzione temporanea. Non è realistico aspettarsi l’unità e la stabilità con un governo del genere». Il paese di Mao aveva recentemente difeso a oltranza la repressione birmana, suscitando forti perplessità in seno alla comunità internazionale. Davvero vogliamo svolgere le olimpiadi in una realtà politica dispotica e restìa al rispetto e alla tutela dei diritti umani?

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