Per la moratoria

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«Appena mi hanno comunicato che mio figlio sarebbe stato un malato per tutta la sua vita, non ho avuto dubbi. Ho deciso al momento, d’istinto: abortisco. Anche se sapevo che per me rappresentava una scelta particolarmente dolorosa. Mai avrei messo al mondo, da sola visto che non sono sposata, un bimbo in condizioni così gravi per il resto dei suoi giorni». Silvana, la donna di Napoli.

«Ho 43 anni e sono affetto dalla sindrome di Klinefelter. In effetti una malattia che sino a 3,5 anni fa non sapevo nemmeno che esistesse. Come tanti altri, ho vissuto molti anni senza esserne consapevole. Poi, il mancato concepimento di figli durante la vita matrimoniale ha reso necessari degli accertamenti clinici, tra i quali il cariotipo, e la mia sorgente genetica è risultata 47xxy». Lettera al sito dell’Unione Italiana sindrome di Klineflter.

Due testimonianze diverse, che vi invitiamo a leggere con scrupolosa attenzione e con pia umanità. La lotta culturale all’aborto parte da qui. Parte dall’idea di non rassegnarsi di fronte alla solitudine delle donne, di spiegare loro che un’alternativa è possibile, senza lasciare il tutto nella dimensione assurda del privato. L’aborto si sta trasformando da compromesso legale in compromesso legittimo e la società appare ormai moralmente condizionata. Il diritto, sancito dalla legge 194 a tutela sociale della maternità, non si può trasformare in un incondizionato e generico appoggio alle pratiche abortive in nome di una vaga libertà. E’ uno stupro dei valori fondanti della norma vigente, allorché sancisce all’articolo 1 il divieto di effettuare tali pratiche ai fini della limitazione delle nascite. Questa non è una battaglia volta a colpire l’ambito legale in cui matura l’interruzione volontaria della gravidanza. Ci mancherebbe altro: nessuno vuole mettere in pericolo la vita della gestante. L’obiettivo, piuttosto, è ripudiare l’atto in sé, rifiutare l’indifferenza morale attorno ad un tema così delicato e spinoso.

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