Il Tar del Lazio ha giudicato illegittima la revoca del generale Roberto Speciale da comandante della Guardia di Finanza, sebbene i giudici si siano riservati la facoltà di negare il maxi-risarcimento chiesto dall’ormai celebre figura delle Fiamme Gialle. Cinque milioni di euro che, a detta dell’interessato, avrebbero dovuto sanare non già il torto subito, ma l’irreparabile danno d’immagine perpetuato dal ministro dell’Economia e da una certa stampa notoriamente incline alla petulante ricerca di trame oscure e sotterfugi.
Non so se i vari Travaglio, Gomez, Bonini e D’Avanzo (così, per citare nomi a caso) si rendano conto dell’importanza di questa presa di posizione del Tar. Proprio ieri il priore degli scandali di Largo Fochetti ha pontificato sulla presunta esistenza politica di una sorta di Grande Fratello orwelliano nato all’ombra del governo Berlusconi, capace di intessere la propria ragnatela nei servizi deviati e in quelli ordinari, punti nevralgici del sistema. «Un intreccio spionistico illegale e clandestino che ha associato l’intelligence politico-militare di Nicolò Pollari, l’ufficio Informazioni della Guardia di Finanza del generale Roberto Speciale, la Security di Giuliano Tavaroli e alcune società di investigazioni private, pagate dagli azionisti della Telecom-Pirelli di Marco Tronchetti Provera». Tutte persone finite, grossomodo, in disgrazia e citate in questo calderone lobbistico che avrebbe ridotto l’Italia ad appendice dei potentati di turno. Piccolissimo particolare: nemmeno una prova concreta è stata portata in auge per suffragare questa tesi. Di più: l’integerrima onorabilità di Speciale, che una banda di giornalisti ha tentato di scalfire con l’arte sottile della calunnia, è stata ribadita dal Tribunale Amministrativo competente che – implicitamente – ha posto delle incognite inquietanti sulla rimozione del generale della Guardia di Finanza: perché il governo ha licenziato Speciale? Sulla base di quali prove l’Esecutivo ha ritenuto doveroso e legittimo per il bene delle istituzioni allontanare uno degli elementi ai vertici del corpo, già noto per aver svolto scrupolose indagini sui traffici delle cooperative rosse? Quesiti che hanno una scontata incidenza politica e che non possono essere elusi con una semplice e doverosa presentazione di scuse. In un’intervista esclusiva concessa al Giornale Radio Rai, l’esponente dell’arma ha commentato gli effetti della sentenza, precisando che a questo punto tutto è rimesso alla sua volontà, in quanto automaticamente il provvedimento di nomina di Cosimo D’Arrigo viene annullato e, di conseguenza, il successore decade.
Tra i tanti argomenti che hanno spinto il Tar del Lazio ad accettare il ricorso amministrativo dell’alto ufficiale vi è un inquietante “eccesso di potere” imputabile al governo. Tale abuso si potrebbe facilmente dedurre in quanto perfino «le amministrazioni dapprima propongono il ricorrente per la nomina ad un altissimo ufficio giudiziario (consigliere della Corte dei conti) e appena dopo lo rimuovono dall’incarico fino a quel momento ricoperto per ragioni di seria, se non grave inidoneità al posto». Un atteggiamento schizofrenico che già alle prime luci dello scandalo rilevammo con doverosa perplessità.














“Ma il governo non rinuncera’ alle sue prerogative” cioe’, noi faremo quello che ci pare, egualmente. Alla faccia vostra.
Sic Pad Schiop dixit.
Amen