Rivoluzioni berlusconiane

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Gli insuccessi, le difficoltà, gli ultimatum hanno sempre forgiato le abilità politiche del Re della comunicazione italiana. D’Alema ne sa qualcosa. Tutti ritenevano che l’ex segretario del Pds avesse le qualità e le caratteristiche fondamentali per impallinare un demagogo come Silvio Berlusconi: un curriculum vitae impressionante, l’appoggio dei poteri forti, l’arte retorica sopraffina e la capacità di reinventare la sinistra in un’era post-ideologica. Invece la Storia ha mostrato all’attuale titolare della Farnesina il volto più beffardo del tempo, mandando all’aria la famigerata commissione bicamerale e, soprattutto, il suo primo governo. Un incidente? Non credo. Da quindici anni a questa parte, bisogna essere schietti e sinceri, nel momento in cui ci si addentra nel lessico politico appellandosi alla Storia con la “s” maiuscola, ebbene ci si riferisce inevitabilmente allo pseudonimo del Cavaliere quando non si vuol firmare. Lo abbiamo criticato aspramente, lo abbiamo contestato sulle riforme più controverse della passata legislatura, lo abbiamo tallonato. Io in primis ne ho persino chiesto le dimissioni. Ma oggi non ci si può nascondere dietro un dito. Chapeau, caro Silvio. In un’atmosfera popolare e populistica al tempo stesso, il leader di Forza Italia ha lanciato la sua personale sfida ai vecchi e grigi apparati dei “parrucconi” della politica. Sarebbe più opportuno circoscrivere il campo: l’attenzione va posta su quella pletora di professori legati alle poltrone che oggi popola le schiere del vecchio Movimento Sociale Italiano. E’ lo stesso Berlusconi ad ammetterlo:

«Mi ha ferito di più il fatto che mi abbiano attribuito la storia di Storace. La storia della Santanchè. Ho giurato sui miei figli che non ne sapevo niente e loro mi hanno dato del bugiardo. Non parliamo poi delle polemiche su “Striscia la notizia”. Io ho telefonato a Fini: “Gianfranco sono addolorato. Questi hanno passato il segno, hanno esagerato”. E invece… sono andati a dire quando passa in Parlamento la legge Gentiloni la faremo pagare a Mediaset. Assurdo. Comunque non posso accettare di diventare il capro espiatorio delle difficoltà interne di Fini. (…) Hanno assunto un atteggiamento pazzesco: voglia di dividere e accuse incomprensibili».

Colpi precisi e pesanti, quelli sferrati dall’ex presidente del Consiglio. Si imputa agli uomini di Fini un opportunismo politico dal chiaro fine intimidatorio. D’altronde le condizioni irrevocabili dettate dal numero uno di Via della Scrofa lasciavano poco margine ai dubbi: o Silvio cambia strategia o ciascuno va per conto suo. Detto fatto. Ciò che mi preme mettere in risalto è la capacità dell’uomo di ribaltare lo stato delle cose, di modificare con un microfono l’intera architettura politica che ha retto in questo quindicennio di Seconda Repubblica. Ha ragione Daw, quando scrive che l’unica regola di fronte ad un assedio è assediare. Adesso sarà Fini a dover rincorrere il Cavaliere in lungo e largo. Sarà Fini a dover motivare il dissenso che spinge nuovamente An lontano dalle coste del partito unitario. Sarà sempre Fini a dover spiegare perché la priorità è salvaguardare l’opera di questo parlamento, dibattendo sulle riforme necessarie, anziché andare alle urne e trovare col consenso del popolo una nuova maggioranza. Dovrà adempiere a questi doveri con una spada di Damocle pendente sulla testa. Perché Berlusconi ha imparato le regole della politica e sa precisamente che se ti tirano uno schiaffo, devi rispondere – metaforicamente – con due ganci ben assestati. E allora il partito che verrà avrà le mani libere, sarà pronto a dialogare sulla legge elettorale col nuovo movimento veltroniano, partendo però – udite, udite! – da una posizione pragmaticamente proporzionalista. Berlusconi, in parole povere, annulla l’identità politica di Forza Italia, crea un nuovo soggetto moderato e lo pone al centro dello scacchiere, senza rinunciare ad eventuali e futuribili alleanze né con gli amici di ieri, né con gli avversari progressisti.

«Ma quando c’è una situazione che vede le due coalizioni divise e sempre in guerra al loro interno, con i protagonisti che non ragionano in termini unitari, ma pensano solo alle loro carriere e al loro successo personale, bisogna prendere atto che il bipolarismo non è realizzabile nella realtà italiana».

E’ un patto fra gentiluomini per una mutua assistenza volto a rilanciare l’immagine del paese. La palla passa a Veltroni.

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5 Responses to Rivoluzioni berlusconiane

  1. Radicon dicono:

    Berlusconi ha dimostrato in questo frangente di aver acquisito delle capacità strategiche che in passato gli sono spesso mancate. Resta da vedere se abbia acquisito anche capacità di governo.ps Come liberale non sottovaluto e guardo con simpatia al processo di evoluzione in senso liberale di an, agevolato peraltro dalla fuoriuscita dell’area postfascista e socialistoide. Non vorrei in tal senso che il can can mediatico intorno al nuovo partito di Berlusconi (il cui nome sinceramente non mi sembra promettere niente di buono, e ancor meno ne promettono i primi compagni di viaggio) finisse per oscurare taluni interessanti fermenti in seno alla scalcinata CDL. Un saluto

  2. Concordo su tutto, fatta eccezione per An. E’ un capitolo doloroso, ogni volta che ne scrivo. Sono un tradizionalista, confesso i miei peccati: per me la destra deve fare la destra. Se poi Fini vuole inventare una nuova identità per il partito, faccia pure, ma deve spiegare quali sono i punti cardine di questa nuova realtà politica. Sappiamo tutti, piaccia o meno, che se tocchi il federalismo, Bossi si alza e se ne va; che se tocchi la morale cattolica, Casini si alza e se ne va; che se (non)tocchi le tasse, Berlusconi fa alzare tutti e li fa andar via. Ma Fini? Qual è la sua battaglia? Ricambio il saluto ;-)

  3. Radicon dicono:

    Caro Giuseppe di destre ce ne sono tantissime e non di rado in totale contrasto ideologico le une con le altre. Tra queste il tradizionalismo e il conservatorismo senza dubbio hanno avuto storicamente un ruolo di primo piano all’interno della destra ma non si può e non si deve dimenticare la presenza all’interno di questo schieramento di personalità di primo piano quali ad esempio Barry Goldwater o il nostro (e da me amatissimo)grande Conte di Cavour. Personalmente auspico che la destra italiana si evolva in direzione dei succitati personaggi. Da questo punto di vista credo che, almeno in piccola parte, il mio auspicio di elettore sia anche quello di Fini.

  4. endriu dicono:

    per me un solo commento alla mossa: ridicola. Ma del resto nel panorama politico italiano non è una novità…

  5. Radi, a me non dispiace l’idea di un nuovo soggetto nell’ambito politicamente (pseudo)liberale. Esprimo però forti dubbi sulla leadership di Fini, un uomo che – per parafarasare Joseph Addison – ha dimostrato come l’umore instabile e l’incoerenza siano le maggiori debolezze della natura umana.

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