«Per l’ottavo anno consecutivo Princeton è stata giudicata la migliore università americana per l’educazione che offre. Lo hanno decretato la rivista U.S. News & World Report e l’agenzia specializzata Kaplan in cooperazione con il settimanale Newsweek. Anche un terzo rapporto, prodotto dalla Princeton Review, che nonostante il titolo è indipendente dall’Università, giunge alla medesima conclusione e sottolinea la bellezza del campus e la qualità delle biblioteche. Quali sono le ragioni di un simile successo ottenuto anno dopo anno nei confronti di competitori agguerriti come Harvard, Yale, Chicago e altre ottime università? A mio giudizio le ragioni del successo di Princeton si possono riassumere nei tre principi che da sempre governano le scelte dell’Università: merito, equità, etica. Mi rendo conto che per molti lettori italiani queste parole suonano retoriche o abusate, ma dopo vent’anni di servizio in quell’università credo proprio che la forza di Princeton stia in queste tre regole, che tutti, se volessero, potrebbero seguire.
Meritocrazia significa, ad esempio, che i professori di qualsiasi età e in qualsiasi ambito disciplinare, possono essere assunti, o promossi al rango superiore, solo in base a rigorosi criteri di eccellenza scientifica e didattica. La raccomandazione, il favore del barone potente, le relazioni familiari o sentimentali non c’entrano nulla. Anzi, non è neppure pensabile o possibile che possano interferire. Ho visto con i miei occhi più di una volta, e devo confessarlo sono rimasto esterrefatto, colleghi votare contro la promozione dei loro più cari amici. Così come ho visto fieri liberals, avversari giurati dei conservatori religiosi, battersi per la promozione di fervidi teocons. Errori ne fa anche Princeton, non perché promuove per ragioni improprie, ma perché valuta male la qualità del lavoro scientifico. Si tenga poi presente che l’aurea regola di Princeton è: «nel dubbio condannare», vuol dire che se l’Università non è sicura del valore di un giovane studioso non lo promuove al rango di professore con tenure (il contratto senza limiti di tempo). Se poi si accorge di aver sbagliato lo richiama.
Il principio dell’equità ha due aspetti: il primo che le regole sono uguali per tutti e l’Università le fa rispettare; il secondo che è dovere dell’Università permettere l’accesso anche agli studenti meritevoli che non hanno la possibilità di pagare la retta intera (circa 40 mila dollari annui). Anche in questo caso basti un esempio. Gli studenti svolgono gli esami senza essere controllati dai professori. Si impegnano sul loro onore a rispettare le regole. Ma se si scopre che hanno ingannato, la sanzione è inevitabile e severa. Nessuno può interferire. Lo stesso vale per i professori e per gli amministratori. Per l’assistenza a chi non ha grandi possibilità economiche basti un dato: quest’anno accademico il 53 per cento degli studenti riceve aiuto economico dall’Università; il prossimo anno la percentuale passerà al 54 per cento. [tags] Università, Princeton, Meritocrazia [/tags]
Sul desolante confronto fra atenei statunitensi ed università italiane abbiamo già detto la nostra, individuando il principale problema nella totale assenza di meritocrazia. A tutti i livelli, sia in cattedra, sia fra i discenti, sempre più anarchici e dispersivi negli studi. Abbiamo collegato il tutto alla mortificazione dell’autorità e dell’autorevolezza delle istituzioni culturali, alla mercé di una gauche da salotto dedita al revival del “come eravamo”. Lungo questa scia sembra muoversi anche Maurizio Viroli, editorialista de La Stampa e professore di Teoria Politica presso l’università di Princeton, allorché individua il valore aggiunto per le accademie d’oltreoceano nell’etica e nella dignità.
Sull’etica il discorso è ancora più semplice, nel senso che i professori prendono sul serio l’insegnamento. Rarissimo che manchino una lezione se non per grave impossibilità, o che arrivino in ritardo o che non si preparino o che non siano presenti negli orari di ricevimento, o che non leggano o non commentino gli scritti degli studenti. Con mio grande stupore ho visto più volte affermatissimi colleghi abbandonare cene alle dieci di sera per essere certi di essere lucidi per la lezione del mattino successivo. Non lo fanno per paura di una sanzione o in vista di un premio, ma per dovere. Ridano pure gli scettici, ma per diventare e rimanere una grande università non c’è altra via».














ottimo articolo grazie per averlo riportato; il problema atavico dell’università italiana risiede certamente nell’assenza totale di strumenti meritocratici capaci di favorire o meno la carriera accademica sia dei docenti che dei ricercatori, ma, molto spesso, anche degli allievi; inoltre, come fatto notare dall’articolo, per la gran parte dei docenti manca quel sentimento educatore, il quale, per primo, con serietà e rispetto dovrebbe indirizzare la crescita anche civile dell’alunno, insomma negli atenei italiani l’etica dei docenti è latitante; è pur vero però che differenza fondamentale fra Italia e USA è certamente il costo degli studi universitari, una disparità sociale certamente forte ed ingiusta.
Infine sinceramente non credo sia possibile attribuire ad una cultura politica e sociale i problemi su riportati, sarebbe molto sciocco..
Non mi curo dello sciocco e ribadisco quello che ho sempre sostenuto: il ’68 ha avuto – come ogni fenomeno storico – i suoi lati positivi e negativi. E’ fuor di dubbio che il gap delle nostre istituzioni formative è in parte imputabile alla deriva massimalista di quegli anni.
lo sciocco evidentemente non è riferito a te ma all’idea secondo la quale la decadenza di una struttura così importante per il nostro paese possa essere imputabile ad un’ideale politico; credo semplicemente che la carenza di aggiornamento dei nostri atenei sia la causa di tutti i mali, cioè penso che il problema sia molto più tecnico…
per me il problema è politico, ma non nell’accezione partitica prevalentemente diffusa