Da un po’ di tempo riflettiamo sull’università italiana, sulle funzioni e i fini che essa intende adempiere e perseguire. Lo facciamo con la consueta onestà intellettuale che caratterizza le nostre battaglie, la stessa che oggi – pur con mille distinguo – ci porta a plaudire all’iniziativa del ministro Mussi. Sappiamo che la strada del cambiamento è lunga e tortuosa e ben conosciamo l’apatia politica che spesso induce la nostra classe dirigente ad indugiare di fronte ai problemi. Tuttavia continueremo la nostra battaglia. Di seguito riportiamo un interessante spunto di Alberto Mingardi, tratto dall’edizione odierna di Libero.
La pagella delle superiori diventerà una “dote scolastica” da presentare per l’ingresso nelle facoltà universitarie a numero chiuso. E’ questa una delle novità del decreto messo a punto dai ministeri della Pubblica istruzione e dell’Università. Gli ultimi tre anni delle superiori degli studenti potranno essere così conteggiati nella valutazione per entrare in corsi di studio a numero chiuso. Su cento punti, 25 saranno attribuiti in base alla “dote”, il resto in conseguenza dei risultati del test d’ammissione.
Applaudiamo? Certamente, si è pagato un piccolo omaggio all’idea di “merito”, e infatti il provvedimento ai cantori in servizio permanente effettivo della “meritocrazia” non dispiace.
Il dato positivo sta nella valorizzazione dell’impegno messo nella stazione educativa precedente all’ultimo sprint che porta alla laurea e, successivamente, all’ingresso nel mondo del lavoro. Si premia la costanza: non è vero che quanto si è studiato prima «non è servito a niente», anche se insisteva su ambiti scientifici diversi rispetto a quello che abbiamo scelto essere poi la nostra palestra prima di entrare nel mondo dei grandi e del lavoro. L’idea è quella di costruire un percorso, di riannodare i fili, compensando il possibile rendimento sotto le aspettative, nell’ansia del test d’ingresso. Pensata encomiabile.
Nello stesso tempo, però, è anche vero che università e liceo sono diversissimi. Non solo il grado di specializzazione e focalizzazione negli anni dell’università è maggiore, ma proprio la struttura dei corsi, la cadenza regolare degli esami, l’avere momenti di valutazione che sono programmati e programmabili (al contrario dell’interrogazione a sorpresa, eterno incubo dei liceali) finisce per premiar individui che hanno caratteristiche spesso diverse dal “secchione” della secondaria. E questo a prescindere dal corso di studi: è questione di capacità e talenti diversi.
Poi, per carità, è verissimo che chi studia bene e con profitto al liceo, spesso e volentieri fa altrettanto pochi anni dopo. Ma allora più che il riconoscimento formale dei meriti passati, vale la sostanza di competenze assorbite, sia capacità di memorizzare nozioni piuttosto che, banalmente, di porsi in modo costruttivo rispetto al docente. D’altro canto, scuola secondaria ed università sono vicinissime, nella vita di un individuo, eppure la stessa persona a distanza di un pugno di mesi è spesso una persona diversa. Il liceo incoccia in una delle fasi più complesse e difficili della vita di una persona, e non è che la centrifuga dei suoi ormoni, o la difficoltà di stabilire dinamiche relazionali nuove, o l’entusiasmo per la scoperta di nuove dimensioni di umanità, sia indifferente rispetto alla sua resa scolastica.
Questi venticinque punti per meriti pregressi possono essere uno stimolo a tenere il naso sui libri, anche alle superiori, o limitarsi a sancire una situazione di fatto. Ma possiamo veramente aspettarci che tanto basti per dare una scossa al nostro sistema universitario?
Si parla di merito: ma il merito è appunto una categoria da righello, è una cosa che si misura in una scala da uno a dieci, ed è inevitabilmente un concetto rivolto al passato. Vede e premia quello. Per carità, a scuola non si può fare altrimenti. Solo che la valorizzazione del nostro capitale umano dovrebbe passare, per esempio, da un investimento in creatività: rispetto a cui, il merito, cioè la capacità di ripetere bene una lezione infertati da altri, non ci dice nulla. Valorizzare il capitale umano dovrebbe significare una pluralità di letture del merito, per avvicinare davvero il mondo dei banchi a quello del mercato. C’è bisogno di grande creatività, per scoprire come restituire spaio ala creatività. E non lo si può fare che creando spazio per la competizione nel sistema universitario, aprendo la strada ad una concorrenza autentica e spietata nell’esaltazione dei talenti e del sapere. Benissimo la patente a punti della conoscenza, ma cambiare l’università è altra cosa.













