Spesso gli atenei vengono considerati dei meri luoghi di cultura accademica, degli istituti baronali dove l’istruzione non viene impartita col fine di formare l’individuo, di aiutarlo a comprendere i meccanismi che contraddistinguono le diverse realtà della società in cui vive. Un’ampia fetta dell’immaginario collettivo, infatti, identifica nelle università italiane dei centri di onanismo intellettuale, ove lo sfoggio di retorica è la caratteristica principale del modello educativo, e la preparazione del singolo studente nel processo d’ingresso nel futuro mercato del lavoro è un fattore subordinato all’effettiva frustrazione derivata dall’annullamento di ogni criterio meritocratico.
La nascita di un’istituzione universitaria, in realtà, dovrebbe essere un fenomeno parallelo allo sviluppo delle ricchezze del territorio, la naturale evoluzione di una società che vuole tracciare un profilo fiorente di sé, ponendo l’accento sulle tecniche e sulle arti indispensabili al perfezionamento del sistema produttivo e sociale. Ora che i confini dei centri urbani si allargano a dismisura, ora che emergono nuove fasce di deboli e di emarginati, ora che l’indice d’alfabetizzazione è decisamente più elevato rispetto a cinquant’anni or sono, ebbene forse è il momento di riflettere. Riflettere sull’effettiva cura che i governi di tutti i colori hanno saputo dare alle istituzioni pubbliche e private che adempiono alle funzioni formative. La nascita di nuovi centri di ricerca, con l’acquisizione di strutture e spazi soddisfacenti, può essere la vera e sola priorità? Sono le operazioni edilizie il fulcro dell’attività dei nostri atenei? Per carità, ben vengano i laboratori e le aule d’ogni tipo. Ma perché non ripensare l’università – e ciò che essa rappresenta – in primo luogo partendo dalle esigenze primarie degli studenti, dalle persone e dalle coscienze che costituiscono l’ossatura stessa del sistema? Perché non incoraggiare i privati ad investire nella progettazione di collegi residenziali a basso prezzo, che consentano ad ogni cittadino di poter studiare ove più gli aggrada? Perché non vigilare sulle ingiustizie con commissari esterni ed ispezioni organizzate, magari avviando una politica di riduzione sensibile delle tasse? Perché non verificare annualmente l’effettiva capacità di insegnamento dei docenti, tramite una valutazione di ordine e grado con relativa messa online dei risultati?




















