Dopo l’opera sublime di Raymond Aron le rivoluzioni filosofiche più interessanti sono state contraddistinte dal capovolgimento del pensiero di Karl Marx. Se non apparisse fumoso, potremmo parlare di una congiunta maturazione culturale e filosofica di tutto l’occidente. Gli individui hanno iniziato a comprendere che il mondo in cui viviamo è già stato cambiato, nel corso dei secoli, parecchie volte: partendo da questo assunto hanno cominciato a ragionare, ad utilizzare il potenziale concettuale per capire ed interpretare le realtà politico-sociali dei tempi moderni. Naturalmente tale conclusione non può essere universale: i nostalgici, i reietti, i condannati dalla storia avranno sempre uno scranno imponente nella disinformazione e nella suggestione dell’opinione pubblica. Tuttavia il senso comune indica che la strada filosofica imboccata troverà il suo esito naturale soltanto con la piena responsabilizzazione dell’individuo in quanto tale e in quanto membro di una società governata da regole insite nell’ambito del “dover essere”. Quando Papa Benedetto XVI afferma che capitalismo e marxismo storicamente hanno fallito, ripete in realtà un concetto già usato in passato dai suoi illustri predecessori. Chi ha grande senso dell’appartenenza al proprio emisfero, chi abbraccia un’ideologia e non un’ideale, tende a fare confusione. Se il connubio tra capitalismo e democrazia è palpabile, la completa identificazione della seconda nel primo è quantomeno fuorviante. Per intenderci: non è stato il capitalismo ad inglobare la democrazia, ma la democrazia e l’afflato sociale che caratterizza la sovranità popolare a curare parecchie delle storture del sistema economico vigente. Esistono, infatti, almeno due forme di capitalismo: una che possiamo definire pura, è quella basata sul totale dominio del mercato e contraddistingue il modello americano (nonostante le resistenze effettive poste in atto dall’amministrazione Bush); l’altra, che per comodità definiamo impura, è caratterizzata dalle premure del governo in favore dello sviluppo e concede interventi dell’amministrazione centrale nel mondo dell’economia. Sebbene questo modello abbia in sé una sfumatura socialista, in realtà guardando alla zona europea possiamo facilmente notare che esso è addirittura maggioritario. Ora, non abbiamo patenti per definire quale dei due modelli sia corretto, né abbiamo la volontà di attribuire etichette di merito. In questa sede ci limitiamo ad evidenziare tale differenza. Ribadita, a suo tempo, da Giovanni Paolo II, nelle celebre “Intervista sulla storia” rilasciata a Jas Gawronski:
«Certamente i paesi capitalisti classici, quelli occidentali, oggi sono diversi da prima, non c’è più necessità della protesta operaia, anche i sindacati sono molto ridotti, forse in Italia sono più forti che altrove. Adesso il capitalismo è diverso, ha riflettuto, ha cambiato, ha introdotto politiche sociali, con un sistema democratico e grazie all’azione dei sindacati ha varato una politica sociale. Il capitalismo in Europa è controllato dallo Stato, dai sindacati, bisogna distinguere fra quello che era prima ed è oggi».
Esiste poi una terza via anomala al capitalismo selvaggio, che definiremo rossa. E’ il modello cinese, basato sullo sfruttamento della manodopera a basso costo e sulle delocalizzazioni delle aziende più importanti. Alla luce di questa differenziazione possiamo analizzare le parole del Pontefice quando afferma che «il sistema marxista ha lasciato una triste eredità di distruzioni economiche ed ecologiche e una dolorosa distruzione degli spiriti. Lo stesso all’Ovest, dove cresce costantemente la distanza tra poveri e ricchi e si produce un’inquietante degradazione della dignità personale con ingannevoli miraggi della felicità». La confusa moralità imperante ha deviato l’attenzione dall’essenza stessa della disputa, ossia la fondamentale differenza che esiste tra materiale e reale. Se il fine ultimo della politica è la corretta amministrazione economica volta allo sviluppo su scala nazionale, probabilmente il capitalismo è la strada ideale per perseguire tale obiettivo; se invece la battaglia si sposta su una giustizia sociale armonica, che non sia ridistribuiva ma che miri a garantire gli interessi e le condizioni minime di dignità dei ceti e dei popoli più deboli, allora forse il discorso di Sua Santità assume maggior valore, specie se si guarda alle realtà politiche dei paesi in via di sviluppo. Stupisce che gli internazionalisti non afferrino tale concetto.













