Un tempo la famiglia era il rifugio dolce e sicuro dei proletari. Nella prima cellula della società l’operaio medio ritrovava le sue certezze, i suoi affetti, la sua dimensione. Questo schema “tradizionale” si contrapponeva al libertinismo borghese, che nell’immaginario popolare siculo spesso corrispondeva o identificava uno stile di vita vacuo e privo di valori. Oggi, almeno in parte, la situazione è rovesciata: i custodi dell’ordine matrimoniale sono diventati gli esponenti di quel ceto medio che Marx aveva dato prematuramente per morto, mentre i diretti eredi della tradizione socialcomunista hanno deciso di affrontare lancia in mano una battaglia frontale con la Chiesa. Perché se è vero che Berlusconi ha i suoi nemici immaginari (tutti i giudici, la Corte Costituzionale, i sindacati, la stampa, i professori, i comunisti), è altresì innegabile che la compagine di Governo brilla negli scontri coi mulini a vento: cattolici e prelati, confindustriali e tassinari, fascisti e guerrafondai, amerikani e servizi segreti. Se dovessero aggiungersi il camerata Linus e il complottista Gargamella, probabilmente l’esercito risulterebbe completo. In entrambi i casi non mi spiego la differenza esiziale che, a livello quantitativo, ha diviso e forse tuttora divide i due schieramenti. Fatta questa doverosa premessa, bisogna tenere a mente un paio di fattori. Innanzitutto nessuno ha brandito il Crocifisso come un’arma impropria: ai tanti autorevoli giornalisti che hanno dipinto la manifestazione del 12 maggio come un capolavoro di clericalfascismo, ricordo di non aver visto né croci uncinate, né bandiere rosse, né saluti romani durante la parata. Non so voi, ma nella recente storia repubblicana una manifestazione così civile non la ricordavo da tempo. Prodi ha fatto il suo gioco: ha celato gli handicap del futuro Partito Democratico, invitando la classe dirigente a non dividersi in fazioni, identificando il problema nell’eccesso di zelo che lega i guelfi e i ghibellini. Ora, benché in Italia la battaglia progressista del cilicio abbia riscontrato un’ampia eco nei massmedia, il professore ben sa che il problema è un altro: a piazza San Giovanni si è celebrata la prima veglia funebre del nuovo soggetto riformista. Non per la grande affluenza popolare, quanto piuttosto per l’effettiva ed inconfutabile base programmatica della manifestazione: i capipopolo rispondevano al nome di Savino Pezzotta e Luigi Bobba, noti pasionari delle croci celtiche. Che poi l’Italia sia un paese strano, nel quale il capo dell’opposizione (già al secondo matrimonio) si erge a tutela dell’istituto familiare nel corso di un’iniziativa promossa da esponenti vicini al governo, è fatto tristemente noto. Meno nota è la sfacciataggine dei cultori della laicità della Costituzione, troppo distratti per ricordare l’articolo 21: tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.













