Se non cambiano le regole d’ingaggio, è meglio tornare a casa

Ascolta con webReader

TalebaniDue vecchi adagi della diplomazia internazionale riescono brutalmente a rappresentare l’attuale politica estera dell’esecutivo Prodi. La prima massima possiamo sintetizzarla nella seguente formula: l’Italia riesce a terminare un conflitto internazionale sul medesimo fronte, soltanto se il cambio d’alleanza è stato effettuato un numero pari di volte durante la battaglia. La provocazione, indubbiamente cruda, è stata resa verosimile dalla condotta adottata dal ministro degli Esteri in occasione del sequestro Mastrogiacomo. La scelta di negoziare la liberazione dell’ostaggio ha sicuramente avuto il pregio della trasparenza e ha permesso al governo di muoversi in piena libertà per ottenere il fine agognato. Il problema, nel caso specifico, è se il fine abbia giustificato i mezzi, se cioè sia accettabile barattare il ritorno in patria di un connazionale con la credibilità dell’intero paese, infangato dalla penosa scarcerazione di cinque capi talebani.

Mi rendo conto che le parole appena scritte indurranno il lettore alla diffidenza nei confronti del titolare di questo dominio. La vita è sacra e deve essere sempre difesa. Per questo motivo non ho mai sollevato particolari obiezioni di fronte al pagamento, comunque vile, dei riscatti. Epperò bisogna anche interrogarsi sulle conseguenze implicite che l’esito del rilascio indubbiamente comporta. Innanzitutto la missione in Afghanistan, promossa da ben due organizzazioni internazionali cui l’Italia aderisce (Onu e Nato), risulta compromessa: il continuo appello al ruolo del nostro contingente nell’impegno strategico per la sconfitta del fronte islamista appare come un effimero esercizio di retorica agli occhi degli alleati*. Mentre questi ultimi, infatti, mettono a punto le tecniche da utilizzare per l’offensiva anti-talebana prevista a breve termine, l’italietta del Palazzo – abituata a perpetuare lo stereotipo che ci proietta ad occhi terzi come “brava gente” – racconta fandonie sulla natura civile della nostra missione. In un contesto di guerra: trattiamo con i taglia-gola, bypassando le forze militari che quotidianamente rischiano la vita nei dintorni di Kabul; pretendiamo da Washington di essere considerati “amici credibili” solo perché ci proclamiamo tali; ignoriamo le velate frecciatine del cancelliere Merkel («il governo tedesco non è ricattabile»), delegando la facoltà d’azione non già ai nostri esimi servizi segreti, bensì al prode Gino Strada; c’impegniamo perfino a promuovere una conferenza di pace, ove far partecipare il nemico più brutale che quella martoriata terra abbia mai avuto.

No, cari lettori. Non possiamo accettare trattative coi talebani che non comprendano la resa incondizionata degli stessi. Come fare orecchie da mercanti di fronte alle lamentele dei vertici militari, giustamente confusi dalla tenuta schizofrenica del governo? Come non ammettere che, di fronte ai signori dell’oppio e della guerra, oggi noi italiani siamo dei pavidi e potenziali bersagli? Come non giustificare l’esultanza di Dadullah, che ha certificato la forza “contrattuale” del proprio movimento, ottenendo quanto invocava, nonostante l’omicidio ed il mancato rilascio di due dei tre ostaggi sequestrati? Come negare che il rapimento dei nostri connazionali rappresenta oggi, nella migliore delle ipotesi, una fonte di sussistenza redditizia per la galassia del terrore?

Con questo quesito possiamo passare in rassegna il secondo adagio diplomatico: la politica estera italiana è squisitamente interna. Se le condizioni per il proseguimento della missione sono quelle appena elencate, se le regole d’ingaggio non vengono messe in discussione e se i nostri ragazzi al fronte (mal equipaggiati) appaiono come l’anello debole della coalizione internazionale, allora è legittimo porsi il sacrosanto quesito che concerne il senso profondo ed ultimo della nostra presenza in Afghanistan: perché rimanere? Perché non accontentare Rifondazione e lo scarceratore-anti-Sismi Gino Strada? Perché non annunziare la resa o quantomeno la neutralità? Perché ostinarsi ad avere un esecutivo precario sui fondamentali indirizzi politici d’oggigiorno? Riflettano i parlamentari di centrodestra: che senso ha finanziare la nostra Caporetto?

* Update: Le reazioni internazionali confermano la condanna impietosa nei confronti delle misure adottate da Prodi & C.

Usa: «Non è vero che abbiamo approvato lo scambio e le concessioni ci hanno colto di sorpresa» (fonte del Dipartimento di Stato).

Gran Bretagna: «C’è la preoccupazione che si possa dare il messaggio sbagliato a coloro che pensano di prendere ostaggi» (ministero degli Esteri).

Germania: «L’Italia è soddisfatta, il giornalista è soddisfatto, ma lo sono soprattutto i Talebani…è un segnale sbagliatissimo per tutti i gruppi radicali e incoraggia nuovi rapimenti con obiettivi ancora più ambiziosi…(Mastrogiacomo, n.d.G.L.) Sembrava il vincitore, solo un po’ più esausto, di un campionato del mondo» (fonti del governo federale riportate dal Der Spiegel).

Olanda: «Nel caso di eventuali rapimenti di connazionali, l’Olanda si oppone per principio a negoziare con i sequestratori» (ministro degli esteri Maxime Verhagen).

Share and Enjoy:
  • Facebook
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • Segnalo
  • Diggita
  • Wikio IT
  • FriendFeed
  • Twitter
  • Live
  • Buzz
  • oknotizie
Questa voce è stata pubblicata in Sinistra e taggata come , . Aggiungi ai segnalibri il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

741 views