Quanto influiscono le suggestioni sulla nostra vita? Può l’irreale, attraverso una manifestazione fisica variabile (una diapositiva, un quadro, un libro), condizionare la nostra percezione della realtà?
Tali domande, solo apparentemente banali, ci servono come spunto di riflessione per introdurre un argomento ostico, quale il potere illusorio del cinema e le conseguenze indirette che esso ontologicamente determina. Col trionfo dei dvd e con la vorticosa ascesa dei successi commerciali, abbiamo smarrito il senso dell’arte di una pellicola, abbiamo cioè smesso di ricercare l’elemento magico-misterico di un’opera, perdendoci in giudizi soggettivi utili ai fini delle indagini sociali, ma deleteri nel processo di maturazione culturale della filmografia nazionale.
Parte delle responsabilità è imputabile agli autori, sempre più smaniosi di dare al pubblico ciò che il pubblico esige quotidianamente dal piccolo schermo, ossia inni al trash, futili amori adolescenziali, contornati da volgarità voyeuristiche e sequenze di violenza. D’altra parte, se i critici esercitassero la propria funzione senza asservirsi alle imponenti case produttrici, tutto sarebbe più semplice. E invece no: ogni film merita ossequio, perché frutto del lavoro di una collettività che ha messo anima e corpo in funzione della realizzazione di quel prodotto. Pazienza se Mastroianni, Gassman e Rossellini hanno sudato una vita per creare un “genere italiano” rinomato nel mondo. E’ l’ora degli Step, di Scamarcio e della Chiatti, di pseudo-copioni provenienti dal ventre popolare, che lodano l’idea dell’amore eterno e al tempo stesso provvisorio, posto tra un bacio spinto ed un pensiero stupido.
Se questi sono i punti di riferimento, perché il cinema è illusione e trae forza dalla possibilità di insinuarsi nelle coscienze plasmando dei modelli (si pensi al ruolo politico avuto dal grande schermo in occasione del conflitto mondiale), allora non dovrebbe essere difficile meditare sui drammi che colpiscono la società italiana. Basta fare un giro nelle scuole: il cosiddetto bullismo, la mera arroganza nei confronti dei deboli, trae parte della propria linfa anche da queste piccolezze, lo evidenzia il fenomeno delle baby gangs sorte – guarda caso – dopo la distribuzione di Arancia Meccanica. Criminalizzare non giova. Ripensare il cinema, specie quello nazionale, per trasformare lo spirito del Paese, probabilmente sì.













