Nonostante la pessima figura rimediata a livello internazionale, il crollo repentino del governo Prodi non rattrista. Anzi, dalla desolante politica di questo esecutivo possiamo trarre alcune lezioni importanti per oltrepassare il guado e rinascere dalle ceneri patrie come una fenice. Innanzitutto una maggioranza che non è compatta sulle elementari scelte di politica estera e sulle basilari linee di difesa non si può definire tale. Parafrasando Ferrara, stiamo parlando «dell’essenza stessa della politica e dello status di un governo nel mondo». Troppo semplicistico ridurre il tutto all’irresponsabilità dei singoli. Manca, piuttosto, la condivisione prospettica sul ruolo che il paese deve assumere nello scacchiere internazionale: le baruffe tra comari, le lotte intestine fra pseudo-riformisti e forze radicali mascherano soltanto una congenita schizofrenia dell’alleanza prodiana, sempre più simile ad un ircocervo mitologico che vive e si muove per inerzia. Il collante antiberlusconiano alla prova dei fatti non regge: puoi vincere le elezioni paventando il pericolo del regime massmediatico, puoi perfino controllare un ramo del parlamento “imbavagliando” i senatori a vita, ma governare è un’altra cosa.
I risultati parlano da soli: dopo 281 giorni “il prodino”, come lo battezzò l’Espresso all’indomani delle urne, si è miseramente spento, dando somma gioia ai contribuenti italiani. Dovrebbe essere chiaro che l’alternanza non comporta automaticamente la stabilità, e non lo farà fintantoché la sinistra non supererà il deficit identitario che la lega ineluttabilmente ad un manipolo di vetero-marxisti, alla logica dei movimenti “di lotta e di governo”. Forse è la maledizione di Nenni che continua a colpire i dirigenti progressisti: «a sinistra trovi sempre qualcuno più puro che ti epura». O forse il banchetto nuziale per la liberazione dal Cavaliere ha assunto toni talmente farseschi da rivelarne la vera natura: un cartello elettorale poco serio, ma al potere.




















