Il terrorismo non si combatte

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DA-lemaCi risiamo. Sembra ridicolo e grottesco, ma l’amministrazione statunitense è nuovamente soggetta a dure critiche, dovute – stavolta – ai bombardamenti in territorio somalo. Una reazione spropositata, quella del fronte per l’inazione, che ha visto tra i principali protagonisti il nostro ministro degli Esteri.

Giudico risibili le obiezioni sollevate, poiché non ho ancora afferrato la linea ufficiale del governo italiano nella lotta al terrorismo. Ricapitoliamo: la guerra è sporca e immonda, poco fruttuosa se non controproducente; le azioni d’intelligence sono auspicabili, a patto che rispettino le norme del diritto internazionale e gli ordinamenti giuridici dei paesi interessati; le “operazioni di polizia” nei confronti dei capi di Al Qaeda sono astrattamente accettabili, purché non vengano meno le obiezioni sollevate alle due strategie precedenti. In quest’ottica la risposta delle democrazie all’offensiva islamista appare ispirata dal principio del quieto vivere, una via di mezzo tra la prostrazione e la pusillanimità. Se – infatti – il terrorismo non si combatte con l’uso della forza (Afghanistan ed Iraq), né con le extraordinary-rendition (caso Abu Omar e conseguente defenestrazione di Pollari), né – tanto peggio – con le operazioni internazionali (Somalia), allora il terrorismo verosimilmente non si combatte. E qui emerge il velleitarismo occidentale di chi non sa più fare la guerra, neppure per difendere principi cosmopolitici. Ci si straccia le vesti per Saddam Hussein, dimenticando le condanne a morte regolamente eseguite in Iran; si spara a zero sull’aumento degli effettivi a Baghdad, richiamandosi ad un piano Becker tanto inutile quanto comico (provate ad immaginare una trattativa con Teheran e Damasco nel bel mezzo di una situazione critica e chiedetevi: quale giocatore di scacchi è disposto ad accettare la patta nel momento in cui l’avversario ammette di essere in gravi difficoltà?); si protesta formalmente per i bombardamenti in Somalia, pretendendo che l’ipotesi di una richiesta d’estradizione al governo di Mogadiscio sia relativamente presa sul serio. La realtà quotidiana dimostra la miopia analitica del fronte progressista, che esige “altre” risposte da Washington, ma si dimostra totalmente incapace di formulare una strategia seria nel processo di distruzione delle cellule jihadiste. Viene in mente quella splendida frase di Ernst Bloch: “se i fatti contraddicono le teorie, tanto peggio per i fatti, noi la sappiamo più lunga”.

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