Piergiorgio Welby non deve essere considerato “vittima sacrificale” di un cinico gioco orchestrato da Marco Pannella. E’ stato un attore politico che ha messo in piedi una battaglia, condivisibile o meno. Non è morto per un complotto “radicale”, ma per sua precisa volontà. Partire da altre posizioni nell’analisi di quanto avvenuto sarebbe ingiusto e poco onesto nei confronti del defunto e, siccome il rispetto viene prima d’ogni cosa, ho preferito aspettare ventiquattro ore prime di discutere sulle implicazioni di questo lapalissiano caso d’eutanasia. Perché la sospensione di un trattamento medico volta a produrre quel determinato risultato (ossia la morte del soggetto) è evidentemente eutanasia. D’altronde il suo grido di dolore, «Lasciatemi morire», somigliava più ad un manifesto politico che ad un racconto triste e truce di un’esperienza di vita percepita come indegna. Welby lascia un vuoto, un interrogativo pressante nelle coscienze che scuoterà dal torpore l’opinione pubblica. Non mi sento di dare alcun tipo di giudizio sulla sua scelta, in quanto il senso d’umana pietà prevale sempre in queste circostanze. Mi limito a constatare, da un punto di vista oggettivo, che:
- come ha detto Gianfranco Fini, chi ha posto fine alla vita di Welby non potrà non rispondere alla giustizia. L’eutanasia non è contemplata nel diritto italiano, pertanto qualunque gesto di questo tipo deve essere accertato e punito. Pena: il trionfo dell’anarchia in tutti i settori;
- il dibattito pubblico su materie tanto complesse e delicate sarebbe molto più comprensibile, se si escludessero le testimonianze ipocrite. Rivendicare con orgoglio la fine di una vita come successo politico, mi sembra francamente fuori luogo. Ma d’altronde da chi ha compiuto nefandezze ben più gravi, offendendo gratuitamente il comune senso religioso di un’importante fetta della società italiana (rea di credere in Dio e non ad un gruppuscolo di rosapugnettari), non mi aspettavo molto di più;
- continuare a lanciare appelli affinché il vuoto legislativo sia colmato è una bieca azione di meschinità politica. Cari “compagni”, in coscienza vi sentite di prendere l’impegno di fronte ai malati che invocano la morte, garantendo che l’Udeur e la Margherita approveranno una norma permissiva in materia?














Welby si e’ prestato consapevolmente al gioco dei radicali.
Avrebbe potuto morire tranquillamente e dignitosamente con l’assistenza di Casale, ma non sarebbe stato il “caso giusto” necessario alla propaganda pro-eutanasia. E lui lo sapeva.
La differenza fra Casale (il medico che NON ha voluto fare quel che Welby gli ha chiesto) e Riccio (l’anestesista che gli ha staccato il ventilatore) a quanto pare sta nel tipo di sedazione.
Casale era disposto a dargli una sedazione “reversibile”, cioè che non lo facesse soffrire, ma che non lo uccidesse. Fra poco Welby sarebbe stato impossibilitato a deglutire. E aveva già detto che avrebbe rifiutato il sondino.
A quel punto sarebbe morto di fame. per non farlo soffrire lo avrebbero addormentato. in qualche giorno il suo fisico gia’ debilitato sarebbe collassato.
A quel punto il ventilatore diventava inutile e si poteva staccare. In questo modo non ci sarebbe stata eutanasia (omicidio), ma un accompagnare alla morte una persona che rifiuta le cure. Non si puo’ costringere nessuno a una terapia/trattamento che non vuole (ricordate il caso della donna che rifiutò l’amputazione di una gamba?)
Riccio invece pare abbia sedato Welby contestualmente al distacco del ventilatore. Dopo 40 minuti Welby è morto. Il problema è: quella sedazione era massiccia, data con l’intenzione di uccidere, o solo di sedare? Se era una dose massiccia per uccidere, allora siamo di fronte a un omicidio.
Non sono questioni di lana caprina. Anche un omicidio viene valutato diversamente dalla legge a seconda delle circostanze.
Vediamo cosa dicono i magistrati.
“come ha detto Gianfranco Fini, chi ha posto fine alla vita di Welby non potrà non rispondere alla giustizia. L’eutanasia non è contemplata nel diritto italiano, pertanto qualunque gesto di questo tipo deve essere accertato e punito. Pena: il trionfo dell’anarchia in tutti i settori; ”
Con lo stesso principio l’adulterio non è contemplato nel diritto iraniano, pena la lapidazione. Il fatto che il diritto non sia contemplato dalla legge esistente non nega l’esistenza di un diritto naturale. Il diritto naturale implica la proprietà del proprio corpo: se per legge tale diritto viene negato si vive semplicemente in una tirannia.
Il giuspositivismo kelseniano è carta da culo.
Cordiali saluti.
Prima constatazione: Gino e Jinzo rappresentano le due ali di Tocqueville. Se entrambi hanno avuto da ridire, credo di aver fatto – da bastiancontrario – un buon lavoro.
Seconda constatazione: Mauro, io non mi addentro in questa vicenda, ma mi pare che il punto 1 del mio ragionamento sia in linea con la tua conclusione. Non ho una grande fiducia nella giustizia, ma i pregiudizi mi danno ancora più fastidido, perciò aspetto con serenità la logica conclusione in sede giudiziaria del caso Welby. Questo non vuol dire invocare una condanna, ma semplice prudenza. Io non “tifo”, ragiono.
Terza constatazione: Jinzo, dal punto di vista intellettuale chi siamo per definire il concetto di “diritto naturale”? Dovremmo interrogarci su questo. Se il tuo criterio di “diritto naturale” non coincide col mio, che si fa? Vediamo quale dei due prevale a furia di azioni su soggetti terzi? E la vita in potenza, quella tragicamente colpita da un aborto, non ha il “diritto naturale” a esistere? E’ un discorso controverso e non voglio fare filosofia, mi limito a sottolineare che l’ordinamento legislativo – in democrazia – dirime queste vicende. L’esempio iraniano è talmente paradossale che mi affascina e mi suscita un sorriso. Col massimo rispetto.
“Terza constatazione: Jinzo, dal punto di vista intellettuale chi siamo per definire il concetto di “diritto naturale”?”
Sigh! Cerca nei miei archivi. Ti dico i titoli dei miei post.Cultural Conservativism e Misantropologia rivelazionista. Leggi tutto e capirai, compresi i commenti, però. Vedrai che non si può negare l’esistenza di un diritto naturale che è la ragione umana.
“Se il tuo criterio di “diritto naturale” non coincide col mio, che si fa?”
Ciò è impossibile, o io o te saremmo oggettivamente pazzi.
“Vediamo quale dei due prevale a furia di azioni su soggetti terzi? E la vita in potenza, quella tragicamente colpita da un aborto, non ha il “diritto naturale” a esistere?”
La vita non ha il diritto naturale a esistere. La vita non ha diritti, le persone hanno diritti.
” E’ un discorso controverso e non voglio fare filosofia, mi limito a sottolineare che l’ordinamento legislativo – in democrazia – dirime queste vicende”.
Sì, ma se tu leggessi Hans Hermann Hoppe, ti renderesti conto che la democrazia è la dittatura della maggioranza.
Il fatto che una legge esiste non significa che essa àrispetti la natura umana. Qualunque legge che viola volontariamente la non aggressione, lede il diritto degli uomini.
” L’esempio iraniano è talmente paradossale che mi affascina e mi suscita un sorriso. Col massimo rispetto”.
La fine del giuspotivismo è tutta in questo esempio.
Non si può pensare che la legge è giusta perchè “c’è”. Altrimenti anche i nazisti avevano “il diritto” di uccidere gli ebrei.
Estremizzare il concetto è un gioco paradossale che mi piace. Ma tu, caro Jinzo, esageri. Chi ha mai detto che una legge è giusta perché c’è? Dimmi dove l’ho sostenuto, ti sfido.
Piantiamola con queste boutade sofistiche, con questi paragoni volti a dimostrare che l’altro è un trinariciuto. Mi rifiuto di essere processato perché sono contrario all’eutanasia (cosa che, tra l’altro, non traspare dal post). Qua si sta discutendo di un vuoto legislativo che non si può arbitrariamente colmare con azioni individuali che sfiorano i limiti del consentito. All’interno di una comunità il singolo individuo non può fare ciò che gli pare indistintamente, deve rispondere a determinate regole – denominate leggi – che costituiscono le fondamenta dello Stato. Non mi sembra il primo assunto del sistema bolscevico…
Per me un embrione non è genericamente “vita”, è una persona a tutti gli effetti. E – tu stesso lo dici – sono le persone ad avere diritti. Si ripropone il quesito: mo’ come la mettiamo? Permettimi inoltre di stupirmi: come mai un relativista come te assolutizza il concetto di “diritto naturale”? Dove sono finite le molteplici spiegazioni, le diverse interpretazioni legittime in ambito democratico e finanche il rispetto per chi la pensa in maniera diversa? Questo “libberalismo” con due bi non mi interessa.
Premetto fin da ora: non troveremo mai un accordo in materia.
Giuseppe, nun te incazzà:
Non l’hai detto tu, l’ha detto Fini, l’ho linkato al post precedente. Non ti incazzare.
Vedo che comunuqe tu, ogni volta che c’è un tema etico di mezzo, assumi una reazione esattamente stereotipata. Se trovo il post in cui discutevamo di droga tempo fa te lo faccio notare.
E’ ovvio che io non processo te, attacco semmai le tue posizioni, altrimenti non sarei qui a commentare e ti darei la ragione del cornuto. Tuttavia, visto che, come tu fai notare, non emerge dal post la tua contrarietà all’eutanasia, mi spieghi perchè dovrei processarti?
Tu parli di limiti del consentito, io ti dico che la legge se è tirannica deve essere violata. Come è giusto che l’evasore evada, è giusto che le persone abbiano la proprietà del proprio corpo.
Se la legge lo vieta, ci batteremo contro la legge.
Tu parli di fondamenta dello stato. Io sinceramente non ho mai accettato alla nascita di farmi proteggere dalla mafia statale: gli altri mi hanno imposto il giogo. Tu parli di regole che il cittadino deve rispettare perchè fondamenti dello stato. Se lo stato a quel punto si inventa la storia della lapidazione, tu la devi rispettare? Vedi dove esce fuori il tuo giuspositivismo? In questa accettazione dello stato. Lo stato, al contrario, non può farsi garante del diritto. Esistono diritti oggettivi delle persone, non esistono i diritti soggettivi che i politici si inventano per schiavizzarci. La proprietà del nostro corpo è un diritto. Se lo stato vuole negarlo in base a principi di natura religiosa o che so io, lo stato è un tiranno da rovesciare.
Ji, da quanto ci conosciamo? Sai che non mi arrabbio con te e che sono sempre propenso al dialogo. C’ho pure fondato una rivista apposta
Se mi accaloro, cosa che anche a me capita, è per due motivi: primo, la discussione mi appassiona e poiché il confine in materia è stridente, è giusto sottolineare – talvolta anche con toni più forti – la propria posizione; secondo, perché se ti facessi leggere due o tre mail vergognose che mi sono arrivate, capiresti il mio rammarico nell’essere puntualmente frainteso o volutamente malinterpretato.
La distanza tra di noi è nella forma mentis, io ho alcuni tratti idealistici tipici del cast of mind socialista (lo ammetto tranquillamente), tu sei un liberista libertario accanito. Lo Stato per me non è un nemico (senza staremmo tutti molto peggio), i politici non costituiscono una casta che mira a schiavizzarci, entrambi sono piuttosto il modo attraverso cui diamo ordine alla nostra società. Ogni eletto rappresenta i suoi elettori in democrazia: se il Parlamento approva una norma vergognosa, io posso incazzarmi quanto voglio ma se non indico un referendum agisco al di fuori della sfera legale. E l’extraparlamentarismo non mi ha mai affascinato. Bada: stiamo parlando di de-mo-cra-zi-a, non di satrapie arabe, ove il dissenso (per una serie di motivi noti) diventa automaticamente (sigh!) una forma di resistenza. Visto che citi il nostro dibattito sulla droga – ricorderai perfettamente che anche in quel caso io aborrivo all’idea del diritto di avvicinarsi alla morte: l’eutanasia, la liberalizzazione delle droghe e gli altri temi caldi, se diventano leggi dello Stato, vuol dire che i fenomeni vicini (indi suicidio, voglia di sballarsi, ecc…) sono determinati da forze sociali. E lo Stato, per me, non può rispondere ad un malessere ammettendone le conseguenze estreme per legge. Non voglio convincerti, voglio solo farti capire che questo è quanto penso, e che la morale cattolica c’entra davvero poco.