L’assassinio di Pierre Gemayel è frutto di una strategia destabilizzante imposta da Teheran e Damasco, nel tentativo di disgregare la precaria stabilità politica su cui regge l’esecutivo di Fuad Siniora. A denunciare l’oscura regia è George W. Bush, visibilmente contrariato per le frasi di circostanza provenienti da Palazzo di Vetro. Se la comunità internazionale ha a cuore le sorti del Medio Oriente, non può sempre limitarsi alla condanna verbale: gli esperti della Casa Bianca hanno suggerito al presidente d’incalzare l’Onu in ambito giuridico, nel tentativo di istituire un tribunale posto ad accertare le responsabilità degli omicidi politici che si sono susseguiti a Beirut. Non finisce qui: il richiamo alle responsabilità dirette di Ahmadinejad non può essere interpretato semplicisticamente come una ripicca contro il regime teocratico. La decisione del governo iraniano di convocare per la prossima settimana un vertice regionale sul nodo iracheno, ha immediatamente suscitato le diffidenze di Washington, colta in contropiede da una mossa politicamente azzardata. Gli sciiti, infatti, hanno percepito la debolezza repubblicana alle urne e – per andare incontro alle istanze realiste promosse dalla commissione Baker – hanno deciso di passare al contrattacco, sovvertendo gli schemi tradizionali e diventando essi stessi gli attori protagonisti della regione. L’espediente serve a scongiurare la sciagurata ipotesi avanzata da Kagan e Kristol, ossia l’aumento delle truppe in loco, che creerebbe parecchi problemi ai terroristi insorti. L’obiettivo di questi ultimi, infatti, è evidenziare l’inadempienza dei militari statunitensi, incapaci di garantire standard minimi di sicurezza alla popolazione civile. ■




















