
Le elezioni di mid-term hanno radicalmente trasformato lo scenario politico statunitense. Dopo dodici anni i Democratici sono riusciti a conquistare la maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato, ottenendo una netta vittoria anche sul banco dei governatori. Alcuni opinionisti hanno presentato il successo delle sinistre come l’inizio di un terremoto politico, l’avvento di una nuova era a Washington; altri, invece, hanno circoscritto e ridimensionato la vittoria, specificando che il Presidente è e resta George W. Bush.
A determinare il verdetto delle urne non è stata la guerra in Iraq, con buona pace di Prodi (che ha una capacità analitica grossolana difficilmente tollerabile). Secondo gli exit poll il conflitto di Baghdad non ha catalizzato le preoccupazioni degli americani, che hanno maturato la propria scelta elettorale in base alla corruzione, agli scandali sessuali e allo stato dell’economia. Temi che hanno colpito principalmente la maggioranza Repubblicana, satura di potere dopo una lunga era di dominio. La prima testa a cadere è stata quella di Donald Rumsfeld, contestato da più parti per la gestione dei conflitti militari. L’ex segretario alla Difesa è un uomo duro, arcigno, chiuso nelle sue convinzioni e ha fama di essere un grande antipatico. Le critiche più pesanti, come spesso accade, sono quelle che provengono dalla propria parte politica: presto o tardi i conflitti interni emergono e determinano la caduta o il trionfo di un leader. Definito a torto “neoconservatore”, visto il suo sostegno all’utilizzo della forza come deterrente geopolitico, Rumsfeld ha incassato fin dal 2003 le critiche dell’establishment del Weekly Standard. Le accuse, tra l’altro sacrosante, concernevano l’organizzazione del conflitto: la strategia “on the cheap”, al risparmio, non ha mai convinto i veri fautori della guerra preventiva. Se cominci una battaglia globale contro il terrorismo e invadi un paese grande quanto la Francia, non puoi gestire la situazione con poche truppe, programmando da subito un exit strategy. Il processo che porta alla costituzione di una democrazia non può essere compiuto in poche settimane da truppe specializzate in azioni militari. Servono altre forze in grado di presidiare il territorio, nell’attesa della formazione dell’esercito nazionale. E’ la lezione che Democratici e conservatori tradizionali non hanno mai c0mpreso. Kristol e Kagan lo scrissero a chiare lettere:
«Se l’attuale segretario alla Difesa non può fare gli aggiustamenti necessari, il presidente deve trovarne uno che li faccia».
Una scomunica difficilmente equivocabile. Ora, accertato che il post-liberazione è stato piuttosto lacunoso, con il Congresso a guida democratica lasciare Rumsfeld al dicastero poteva rivelarsi un’operazione eccessivamente rischiosa. I Democratici avranno, infatti, il potere d’inchiesta, grazie alle Commissioni investigative. L’ex segretario alla Difesa, privo di un appoggio politico consistente, avrebbe prevedibilmente ingaggiato un lungo braccio di ferro, la cui indiretta conseguenza sarebbe stata l’erosione del consenso Repubblicano. Da qui la scelta di rottura: nominare Robert Gates come successore. Sessantatre anni, texano, ex numero uno della Cia e membro della commissione Baker-Hamilton, Gates rappresenta le istanze realiste del Gran Old Party. E’ la vera incognita del post-elezioni, poiché – in ambito internazionale – potrebbe sovvertire i tradizionali schemi usati dall’amministrazione nei due mandati.
Per i tronfi mentori dell’anti-americanismo, la vittoria Democratica non rappresenta comunque un successo: se osserviamo gli eletti, possiamo facilmente intuire che la Right Nation ha tenuto nonostante il crollo del partito di riferimento. Gli artefici della vittoria hanno posizioni molto diverse rispetto agli stereotipi progressisti che i media hanno incessantemente propagandato: vi sono fermi sostenitori della guerra in Iraq (Carney e Lieberman), alfieri della lotta all’aborto (Casey, Ellsworth e Shuler), paladini della riduzione fiscale (Giffords e Tester), fieri sostenitori delle politiche dure sull’immigrazione (Webb e Lampson). Ciò è frutto di un preciso disegno, orchestrato da Rahm Emanuel, che mira a ridefinire l’identità del partito Democratico.
Evidenziare la palese modifica degli equilibri politici oltreoceano è corretto. Sostenere che gli Stati Uniti hanno abbandonato improvvisamente i valori conservatori, moderati e libertari è semplicemente stupido. ■














Giuseppe ottimo commento al mid-term e alle sue immediate conseguenze. hai recepito le analisi più intelligenti e dato risalto al riposizionamento dei democratici che è una novità da non sottovalutare. La RN è salda e anche i liberal incominciano a farci i conti.
un saluto fausto
Già … qua mirano a cavalcare l’onda del “l’avevo detto io…” ridicoli.
un saluto
Non è assolutamente IT ma il mio parere è che anche nell’analisi della guerra in Iraq non si può prescindere dal peso che ha l’opinione pubblica in tutto questo.
L’op è la vera arma dei terroristi ed il vero scoglio degli americani. Questo l’inghippo in cui DR è caduto nell’organizzazione della guerra.
Il suo obiettivo principe era arrivare a Bagdad il prima possibile ed in questo c’è riuscito.
Il problema è che l’ha fatto senza bonificare tutto quello che si è lasciato alle spalle e quello che stava sopra. E’ stato il post-arrivo a bagdad il vero problema…
(parere personale ovviamente)
Ciao!
La prima parte del tuo commento, come quest’oggi ho potuto constatare al riguardo di moltissime altre analisi sul dopo-voto americano, è molto simile a quello che ho scritto io ieri, sullo stesso argomento. Sulle conclusioni, invece, io sarei meno categorico: la “Right Nation”, sempre che costuisca qualcosa più di una suggestione giornalistica, dà l’ennesima prova della sue numerose sfaccettature. Se ti interessa, il mio post è in headline, da me. Ciao!
Ottimo articolo. Si denota poi come pochi, se non nessuno, abbiano letto effettivamente qualcosa di Kagan.
Ma tant’è, l’ignoranza è un male diffuso.
PS
ho sentito parte del podcast e non sono del tutto d’accordo con te.. il tavolo dei volonterosi non è altro che una trappola, a mio parere.
PPS
hai pensato di partecipare a The right nation?
Pingback: Rummy, Gates, neocon, realisti, Bush e l’America: round-up at StarSailor
Solo il titolo vale un 10!
Bravissimo!!
Condivido pienamente la tua analisi.
Ancora una volta la democrazia americana ha dato prova della sua maturità e vitalità.
I Demcratici sono stati bravi ad intercettare i voti della RN presentanto candidati moderati se non spiccatamente di destra
Risposta a Robinik: Roberto, sotto il profilo militare l’idea di un esercito tecnologicamente preparato alla sfida non dispiace a nessuno. L’idea di arrivare a Baghdad celermente neanche. Onore e merito a DR su questo. L’idea di andar via repentinamente, per guardare dall’alto il mosaico mediorientale, mi causa parecchie perplessità. Non si puo’ condurre la guerra al terrorismo, guardando gli indici di popolarità del conflitto. E questo è stato un errore.
Risposta a Jake: ovviamente le posizioni divergenti sono il sale delle discussioni. Il tavolo dei volenterosi non era da buttare, a mio avviso, per un motivo semplice: se scardini le manovre prodiane dall’interno con decreti invisi all’ala estrema dello schieramento governativo, ci sono buone probabilità che salti l’esecutivo tout-court. Quanto a The Right Nation, da iperindividualista ti dico che valuto prima la forma del contenitore e poi il contenuto. Sui valori e sull’amicizia virtuale che lega me e i “fondatori” vi sono pochi dubbi, ma un’adesione cultural-politica deve maturare all’ombra di un progetto. In sintesi: prima valuto e poi ti dico
Ringrazio K, Jc Irons e Gabbiano e corro a leggere Ismael.
A presto
Caro Giuseppe, volevo invitarti a prendere parte a questa discussione. Mi piacerebbe che anche i neocon esprimessero la loro sulla “teoria della guerra”… Ma preparati ad essere stretto tra due fuochi, quello dei palolibertari e quello degli oggettivisti, già in perpetua polemica tra loro. Ciao!
Qui il post:
http://www.italianlibertarians.splinder.com/post/9860839