
Quarantacinque minuti d’udienza sono stati sufficienti per liquidare l’immagine di Saddam Hussein al-Majid, despota e condottiero. Il verdetto, ampiamente prevedibile, emesso dal tribunale iracheno per la strage di 148 sciiti nell’82, ha scatenato reazioni contrastanti. L’Europa ha preso le difese dell’ex raìs, che non merita – secondo la presidenza di turno finlandese – una punizione criminale, simile ad una vendetta. Gli Stati Uniti, invece, hanno plaudito alla sentenza. Dal Texas, il presidente George W. Bush ha sottolineato «lo sforzo dell’Iraq di sostituire alla tirannia lo stato di diritto», rivendicando pertanto l’importante risultato per quella regione.
E’ difficile eludere i nodi della questione: da un lato impera il senso di pietà, nelle certezza che il potere decisionale sulla vita non spetta a nessuno di noi; dall’altro, tuttavia, dominano le incognite sullo scenario di un paese confuso che invoca giustizia. Di fronte alla pretesa giustizialista di imporre un atto di violenza, di cedere alla logica dell’occhio per occhio, non posso non esprimere perplessità. Provengo dalla culla del diritto, dal paese di Verri e Beccaria (autori del formidabile manifesto contro la pena di morte e l’umiliazione corporale, Dei delitti e delle pene). Custodisco gelosamente le lezioni di Pietro Leopoldo, che rese possibile il riconoscimento dell’elementare diritto alla difesa.
Tuttavia, per poter osservare serenamente il contesto mediorientale, ho maturato anche un minimo di senso storico. E questo mi porta a riflettere attentamente sugli avvenimenti.
Il processo al dittatore non va personalizzato. L’Hussein che siede sul banco degli imputati, non è soltanto il leader di un partito nazionalsocialista, responsabile di qualche peccatuccio veniale e di numerosi eccidi. E’ ciò che il medesimo Saddam ha voluto far credere di sé: un superuomo, un padre padrone, un despota invincibile, il tiranno panarabo per eccellenza, capace di arroventare le masse contro la presenza d’Israele nella regione e contro gli imperialisti occidentali. Il primo responsabile della pena capitale comminata al deposto dittatore è proprio l’ex raìs, che non ha mai voluto abiurare le scelte commesse nel recente passato, vestendo i panni del giudice piuttosto che quelli dell’imputato. Ha giocato pesante rovesciando le parti, puntando il dito inquisitore contro lo stato di diritto sorto dopo il regime change. L’atteggiamento tenuto durante tutte le udienze testimonia tale realtà.
Se Saddam venisse condannato all’ergastolo, cosa succederebbe all’interno dei confini iracheni? Come reagirebbero gli sciiti, i curdi, le vittime della lunga era di terrore ad una condanna ritenuta iniqua? L’offensiva dei sunniti, dei ribelli e dei terroristi si placherebbe o aumenterebbe esponenzialmente, nella certezza della vacuità delle istituzioni nazionali? In un paese la cui storia è contrassegnata da colpi di stato, da attentati e da un’elevata conflittualità civile, che ripercussioni avrebbe l’ombra incatenata di Saddam? Martire da far evadere o vetusto delinquente?
Infine un’osservazione politica ai funzionari di Bruxelles. Con quale diritto i capi di governo che non hanno partecipato al processo di liberazione invocano la sospensione della condanna? Quali credenziali hanno maturato nei confronti della sovranità popolare irachena per poter sanzionare una “sanzione ingiusta”? ■




















