Ironia, eleganza, sobrietà

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Risultano sempre stucchevoli e banali i commenti dopo la morte. Artificiali, perché si ha la sensazione che il distacco mitizzi i soggetti passati a miglior vita, come se le colpe e i vizi fossero condonati, spazzati via da un pietismo insulso e inconcepibile. Emergono scetticismi, perplessità, dubbi insiti nell’animo umano, che incombono prepotentemente sul nostro cammino, dettati più dalle viscere che dalla ragione. Interrogarsi sulla natura dell’individuo, dell’amore, della libertà diventa progressivamente un obbligo da assumere come un onere, un excursus da affrontare in silenzio, nella sgradevole compagnia del nostro io.

Chissà come avrebbe commentato Bruno Lauzi la sua scomparsa. Con humour? Probabilmente. Nel pieno della malattia, custodiva gelosamente le sue capacità ironiche. Talvolta le sfoggiava, come quando lamentò il fastidio di venir tremulo in fotografia: «un po’ mosso». Come se il gesto fosse dettato da una cattiva postura o da un’incomprensione col fotografo. Conosceva le sue condizioni, ma si preoccupava della preoccupazione altrui, lo incupivano le facce tristi e rassegnate, i musoni sconsolati di chi dalla vita aveva già ricevuto la sua piena razione di problemi, d’affanni, di paure.

Era l’eredità di quella Genova, città libertaria e mercantile, cui si può imputare la colpa di aver dato alla nazione artisti d’indubbio talento, dal tenore eccelso e disperato al tempo stesso: Tenco, De André, Lauzi. Figli di un’unica scuola, capaci di tratteggiare l’arte sonora con la medesima classe, ma con diverse sfumature. Bruno ebbe il merito di restare fedele a se stesso, alla sua identità, alla sua cultura: quella di un liberale, sincero e mite, pacato e fermo. Un’autentica impresa, specie in un’epoca titanica in cui tutti, tut-ti, subivano il fascino della sinistra piazzaiola, quella che – per usare le parole di Gaber – «il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche». Un pugno alzato poteva davvero decidere il destino d’una carriera. Eppure Lauzi non cedette alle lusinghevoli sirene rosse e scrisse, scrisse tanto, per entrare nei cuori della gente. Il suo capolavoro, a giudizio del sottoscritto, è Almeno tu nell’universo, brano musicalmente perfetto, grido di dolore contro una società che vive e giudica sulla base degli stereotipi, interpretato da una straordinaria Mia Martini, bistrattata dai media e dai benpensanti. Alla stagione cabarettista, più breve anche se ugualmente intensa, seguì quella di poeta. I versi, distanti anni luce dalle tradizioni letterarie italiane, rappresentano ancora oggi un guizzo geniale, un balzo sopra la mondanità imperante. Fondò una casa editrice per dedicarsi al culto della mente.

Parkinson lo ha stroncato:

«Siamo in tanti, tante mani si leveranno contro di lei e cercheranno di restituirle colpo su colpo fino a quando non riusciranno ad acchiapparla per la collottola e mandarla all’Inferno cui appartiene, bestiaccia immonda, sterco del demonio, nostra croce senza delizie».

La sua carriera merita di diritto l’iscrizione nell’albo d’oro della storia della discografia italiana. E non solo.

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One Comment

  1. Un liberale “dichiarato”, quando altri avevano paura ad esserlo, figurarsi a dichiararlo…e poi comunque un grande…

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