Incomprensioni sulla guerra al terrore

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Olivier Roy, dalle colonne del Corriere della Sera, traccia un bilancio negativo della guerra al terrore. L’Iraq, sostiene, non era il paese cardine del fronte fondamentalista, vista la presenza di Saddam, dittatore laico assai inviso agli sciiti iraniani. Attaccarlo, pertanto, è stato un errore, un’azione sciocca e controproducente, così come del tutto assurda si è rivelata l’ipotesi di un “rimodellamento” del Medio Oriente. Tale operazione, infatti, risulta impossibile, se non si parte dall’assunto di coinvolgere i movimenti più radicali, Hamas ed Hezbollah in primis, che godono di un consenso assai ampio nella popolazione.

Naturalmente il giudizio sul conflitto, o – per meglio dire – su quanto necessaria sia la forza militare negli scontri internazionali, lo lasciamo al lettore. Pero’ una riflessione complessiva sulla presunta inutilità della guerra dobbiamo elaborarla.

L’idea balzana secondo cui l’Iraq è stato teatro di un regolamento di conti tra la famiglia Bush e Saddam è più stolta che grottesca. Quando la Casa Bianca annunciò l’inizio delle operazioni belliche, addusse tre postulati:

  1. una guerra tra due democrazie è improbabile, quasi impossibile. La missione degli Stati Uniti era (ed è) quella di esportare il modello democratico nel mondo intero, giacché tutti i popoli vorrebbero godere dei medesimi diritti, ma pochi governi sono disposti a riconoscerli;
  2. all’alba del 12 Settembre, il Medio Oriente non era certo nuovo ai conflitti. La strategia che complessivamente si era adottata fino al 2001 andava ripensata. Col crollo delle Torri era venuto meno il modello d’integrazione occidentale, mentre riaffioravano i limiti tecnici e le vulnerabilità delle nostre analisi. La risposta di Washington fu il tentativo di isolare i regimi estremisti e quelli che, logisticamente o economicamente, collaboravano coi terroristi in un’asse antioccidentale. L’Iraq, inopinabilmente, era tra questi;
  3. le risoluzioni Onu sul disarmo iracheno furono sistematicamente violate da Baghdad fino allo scoppio del conflitto. Fonti d’intelligence rafforzarono i dubbi e le perplessità circa un possibile arsenale, nucleare o chimico, nelle mani del raìs. Durante lo sterminio dei curdi, noi occidentali assistemmo inerti alla brutalità del regime. L’amministrazione repubblicana, memore degli errori, dopo il dramma del World Trade Center non fu disponibile a concessioni gratuite di fiducia.

Una nota: l’ordine delle cause che hanno spinto Bush ad optare per la soluzione militare è proprio quello appena esposto. Alcuni mass-media hanno strumentalizzato l’ultimo punto, presentando la fatidica “smoking gun” come la prova del nove, ben sapendo – in realtà – che reperire armi di distruzione di massa, in un paese grande quanto la Francia, in preda ad eventuali attentati terroristici, appariva un’impresa pressoché impossibile.

L’offensiva terroristica, cui le milizie di Al Qaeda hanno dato vita, è stata distorta dai soliti benpensanti: anziché intuire le drammatiche perdite che hanno provocato la reazione stragista degli islamisti, si è preferito addossare la colpa agli eserciti “occupanti”. Si è arrivati al paradosso progressista e razzista secondo cui le tradizioni islamiche e – più in generale – quelle orientali, non possono (né potranno) mai convivere con le realtà costituzionali delle liberaldemocrazie. E pazienza se, tra un attentato ed un rapimento, vi sono state tre tornate elettorali che hanno garantito rappresentanza ai diversi gruppi etnici del paese, in un quadro privo di shari‘a.

L’errore più grande di Roy è pero quello di scorporare le due realtà del conflitto: porre su piani distanti e opposti le operazioni d’intelligence e quelle militari è quanto di più sbagliato vi sia. La mera prevenzione degli attacchi potrebbe portare ad una tregua con gli ambienti integralisti; la pace, pero’, è un’altra cosa. In quest’ottica il governo americano ha categoricamente rifiutato il confronto col regime degli ayatollah: possibile che intellettuali colti e preparati non capiscano la legittimazione implicita di cui godrebbe Ahmadinejad, se dovesse incontrare un membro dell’amministrazione Bush di fronte ai media arabi?

La sfida lanciata da Bin Laden è globale. Credere che Occidente e Oriente siano due entità politiche pacificamente destinate a contrapporsi, in un’ottica multiculturale, ci porta ad accettare l’autocensura vaticana ed implica il rifiuto del confronto vero fra due emisferi che devono dialogare. Riservare la libertà a noi stessi non giova.

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