Risposta a Macaluso

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Da una delle tante forme di degenerazione delle democrazie liberali nasce il clientelismo, un sistema di rapporti tra persone basato su favoritismi per ottenere reciproci vantaggi. Consiste, paradossalmente, nel capovolgimento pacifico della democrazia : la massima del “potere nelle mani del popolo” si rovescia drammaticamente nel “popolo nelle mani del potere”. Il fenomeno altera strutturalmente la relazione tra eletto ed elettore. Questa pratica di malcostume è assai diffusa e ben radicata in tutta la società italiana : da Torino a Catania. La portata va ben al di là di quello che possiamo normalmente pensare, proprio perché la politica è potere ed il potere ha i suoi vizi ed i suoi costi. Democristiani di destra e di sinistra, socialisti, comunisti, leghisti ed ex-missini, nessuno è esente dalle responsabilità nell’aver incommensurabilmente aumentato la diffusione di questa condotta riprovevole.

Eppure alcuni opinionisti, ben consci della situazione reale in cui versa un’intera classe dirigente, per la smania di sollevare “questioni morali” se ne chiamano fuori. “Todos somos caballeros” invoca la sinistra di salotto, più per auto-celebrare il proprio ego, per il gusto di poter dire “siamo puliti” nonostante la palese sozzeria, che per convinzione effettiva. Se questa discutibile sortita qualunquista fosse stata espressa dal Manifesto o da Repubblica, non avrei avuto nulla da eccepire. Conoscendo i soggetti non mi sarei strappato le vesti. Ma a pubblicare il j’accuse è stato il Riformista, un quotidiano che in altri tempi ho letto e apprezzato per la puntualità di riflessioni diametralmente opposte alle mie.
Il buon Emanuele Macaluso, in un articolo dal titolo eloquente («Com’è diverso il Sud senza il voto clientelare»), citando il risultato delle urne referendarie spiega che sì, quella riforma non è stata percepita come omogenea agli interessi del meridione, ma che

«L’assenza degli elettori di destra e il successo del No dicono anzitutto che il voto referendario, senza i candidati con i loro comitati elettorali, senza la vasta e articolata rete clientelare di Cuffaro e Lombardo, senza il pesante intervento della mafia, è più libero. Nel momento in cui ci sono persone da collocare nei consigli comunali, alla Regione o nel Parlamento, viene meno l’interesse dei gruppi di potere al voto».

A Macaluso vorrei sommessamente far notare che, per quell’assurda legge proporzionale varata dal centrodestra nella passata legislatura, anche ai miei corregionali siciliani il 9 aprile è stato impedito di indicare la propria preferenza, con buona pace della democrazia. Questo “diritto calpestato”, imputabile alla superficialità di alcuni leaders dello schieramento polista, manda però all’aria il nocciolo della questione sollevata dal quotidiano di Paolo Franchi. Se la preferenza non c’è, se cioè è impossibile indicare il potente di turno che ti torchia pur di racimolare voti (in un clima di silenzio-assenso, è doveroso sottolinearlo), non si puo’ materialmente consumare quel processo degenerativo che qui stiamo analizzando. Non è un caso se Forza Italia, partito scarsamente radicato nel territorio, ha sfondato alle nazionali, mangiucchiando parte dei voti agli alleati.

E’ così difficile capire che il Sud non ha accettato una riforma che intaccava il sistema di privilegi e di contributi su cui si basa perversamente l’economia locale? E’ così difficile ammettere che possono esistere delle roccaforti conservatrici?

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