Il verdetto delle urne sulla riforma costituzionale approvata dal centrodestra offre alcuni spunti di riflessione e di analisi politica.
Partiamo dai dati : il 61,7% degli elettori recatisi al seggio ha bocciato la proposta di modifica. Risultato incontrovertibile su cui tornerò tra poco. Occorre prima sottolineare l’affluenza, che si è attestata attorno al 53%. Un buon dato, spasmodicamente amplificato dai mass media. Sfatiamo un mito : non è assolutamente vero che tale percentuale acquisisce maggiore rilevanza in quanto “referendaria”; un quesito “confermativo”, qual è stato quello del trascorso week-end, non puo’ essere declassato ai livelli di una consultazione “abrogativa”. Quando c’è in ballo il patto comune, ossia la revisione delle regole alla base della nostra civile convivenza, se votano mille o cinquantasei milioni di italiani, per lo Stato non fa alcuna differenza. Almeno sotto l’aspetto della legittimità. Ora, se non vogliamo sminuire l’importanza del trionfo dei “no”, occorre evitare paragoni con i quesiti cui abbiamo dato risposta positiva o negativa nell’ultimo trentennio. Volendo citare un precedente storico occorrerebbe, piuttosto, tornare con la memoria al 2001 e alla riforma del titolo V approvata dall’esecutivo ulivista. Anche quest’analisi comparata sarebbe tuttavia fuorviante, poiché gli esponenti politici d’una abbondante metà del Paese (Berlusconi, Fini e Casini, gli uomini su cui ha retto la passata maggioranza) invitarono i propri elettori a disertare le urne, nell’attesa di una futura, ed a questo punto sfumata, riforma complessiva.
Purtroppo la battaglia elettorale è stata contraddistinta da un’eccessiva tensione politica. Si è preferito eludere il quid della consultazione, nel tentativo di rafforzare o logorare l’attuale maggioranza, a seconda delle convenienze partitiche. La colpa è imputabile a due formazioni : ampia parte del fronte del “no”, che ha preferito paventare rischi risibili con un file rouge di terrorismo psicologico nei confronti dei cittadini del meridione; Forza Italia, che ha condotto l’ennesima battaglia nella speranza – assai improbabile – di una rivincita nazionale post-riconteggio. Finché non si accetta la sconfitta, indagando sui motivi da cui essa è scaturita, non si riesce né ad interpretare né tanto meno a solleticare la sempiterna maggioranza silenziosa. Ammissione inconscia della propria colpevolezza l’ha offerta Fabrizio Cicchitto, ricordando
«che l’elettorato di centrodestra si mobilita solo per le elezioni politiche».
Gesto, quello compiuto dagli elettori polisti, evidente ed emblematico della carenza rappresentativa dell’establishment della Destra, sovente incapace di riscaldare i cuori dei propri elettori.
Nel merito della consultazione, una riflessione personale è obbligatoria. I motivi che mi hanno spinto sul fronte del “si” li ho detti e ripetuti più volte : maggiori poteri al premier, ripensamento del sistema burocratico-biparlamentare/simmetrico, riduzione del numero di deputati e senatori, decentramento e rafforzamento dell’efficienza nella gestione della cosa pubblica (con una netta cesura all’instabilità grazie alla norma anti-ribaltone). A queste tematiche, ne sono certo, anche una parte della sinistra, quella coscienziosa e riformista, non è sorda. Proprio alla luce di ciò è aumentato il mio impegno. Ho fallito, ma esistono duelli persi in partenza che, per onestà intellettuale e per dignità politica, vanno combattuti egualmente. Ciò detto, non possiamo chiudere pregiudizialmente la strada alle riforme. Se l’esecutivo guidato da Romano Prodi, su troppi punti simile al signor Tentenna, ha intenzione di mettere mano alla Costituzione, dobbiamo dialogare e collaborare nell’interesse collettivo del Paese e di una democrazia matura. A due precise condizioni però. Vannino Chiti ieri ha affermato :
«è ora nostro dovere avviare immediatamente i contatti con le forze politiche per impostare il dialogo sulle riforme della Costituzione e della legge elettorale».
Questo abbinamento conclusivo mi pare pericoloso. Da sempre sono favorevole al sistema maggioritario (anche se non avrei nulla da obiettare ad una proporzionale con lo sbarramento al 25%) eppure, proprio per evitare fraintendimenti, non vorrei si tentasse di far passare gioco-forza una sorta di doppio turno alla francese, col preciso compito d’indebolire gli avversari. Questo niet è la prima condizione. La seconda, assai più di bottega, riguarda un’assunzione di responsabilità. Il centro-sinistra faccia un passo indietro, dica che non condivideva i postulati della riforma del centrodestra (giudicata, legittimamente e opinabilmente, macchinosa e farraginosa), ma non attribuisca al fronte del “si” la volontà di spaccare il Paese in venti stati. Non si dialoga con chi mette a repentaglio l’unità nazionale. Abbiano il buon senso di chiedere velatamente scusa e poi inizieremo a lavorare.













