La tornata elettorale amministrativa sulla carta è terminata con un sostanziale pareggio tra le parti, ma se il duello fosse stato un match di pugilato, ai punti il centro-sinistra avrebbe stravinto la partita. Questo è quanto si evince ineluttabilmente dall’analisi del voto : la coalizione guidata da Silvio Berlusconi riconquista l’unica regione in palio (la Sicilia) e mette Milano nel cassetto, mentre le metropoli di Torino, Napoli e Roma restano saldamente nelle mani dell’attuale maggioranza, che consolida prepotentemente il proprio vantaggio cittadino.
Dopo aver archiviato il conteggio delle schede inizia il momento dell’analisi e della riflessione. Le sconfitte non sorgono di punto in bianco, piuttosto maturano alla luce di un insieme complesso di scelte poco oculate o, talora, disastrose. Iniziamo, pertanto, a gettare qualche sasso nello stagno, nella speranza di spezzare quella torbidità da cui, al momento, sembra difficile uscire.
Se è vero che il dato dell’affluenza alle urne è visibilmente calato, la responsabilità a qualcuno va attribuita. Non si possono fare spallucce nella costernazione generale, magari volgendo lo sguardo altrove, come i bambini di cinque anni sorpresi in flagrante nel bel mezzo di una vergognosa marachella. Esiste una realtà di fatto : sistematicamente quando la CdL ingaggia, nelle province e nei comuni di tutta Italia, una lotta con gli amministratori rossi (che sanno cos’è il potere, che conoscono i meccanismi della macchina governativa e non esitano a sfruttarli scrupolosamente), una buona parte dell’elettorato polista si rivela, a torto o a ragione, piuttosto incline all’astensionismo. Perché? Di fronte a questo interrogativo abbiamo due vie maestre da poter imboccare che, ovviamente, comportano soluzioni alternative. La prima, quella seguita tragicamente dall’establishment forzista, mira a ridurre il fenomeno a “prassi d’ozio”. Se volessimo porre tale visione sotto le mentite spoglie di una formula matematico-politica, potremmo dire, in estrema sintesi, che “i cittadini non vanno a votare perché non lo giudicano determinante”. La seconda via, quella più complicata ma come sempre più interessante, tende a interrogarsi sull’effettiva capacità della classe dirigente locale. Già, perché se nella capitale dal 1993 ad oggi ci sono stati governi di un solo colore politico, qualcosa vorrà pur dire. I candidati imposti dall’alto, vedi Gianni Alemanno (uscito vincitore da una fratricida lotta intestina con Baccini), non si distinguono per appeal. A Torino Rocco Buttiglione è sceso in campo esattamente un mese prima delle elezioni, mentre Chiamparino aveva promosso la sua candidatura già da parecchio tempo.
Questa disorganizzazione tecnica, ciclica e costante, vorrà pur dire qualcosa? No, agli occhi dei soliti noti no. E così ci troviamo ad assistere a scenari imbarazzanti, dove un esercito di qualunquisti arrampicatori corre a battere le mani al segretario di turno, nella speranza di essere promosso a qualche ruolo di serie A. Il sottofondo musicale, intanto, intona la solita solfa : in Parlamento vanno blindati gli stessi capigruppo di cinque anni fa, anche se uomini dello spessore di Tremonti avevano pubblicamente dichiarato d’aspirare a quella carica. Che importa? Vada a quel Paese la meritocrazia, buona per i comizi, ma non per gli accordi interni. Vada a quel Paese la dichiarazione programmatica, attorno alla quale dovrebbe sorgere una nuova alleanza. Meglio invocare a più non posso il riconteggio e contestare i dati delle urne.
Così ci si fa solo del male e la due giorni elettorale sta lì a dimostrarlo.













