L’Occidente coltiva una paura più forte della timida identità che il politically correct censura. Il complesso della colpevolezza, l’esigenza di un peccato da espiare, l’egocentrismo dei tristi, sono tanti piccoli segnali dei colpi malamente incassati dal Vecchio Continente, da quell’Europa che ostinatamente ci rifiutiamo di chiamare Eurabia.
Quando Giorgio Napolitano è stato eletto Presidente della Repubblica, ho adottato una linea ben precisa : chi viene chiamato dal popolo a ricoprire una carica pubblica dev’essere giudicato giorno per giorno, in base al suo operato; non si possono riservare ostilità preconcette nei confronti di un inquilino del Colle. In base a questa elementare regola di bon ton, ho formulato articoli e previsioni fantapolitiche su quella che s’accinge ad essere ricordata come l’era del “primo comunista”.
In occasione della celebrazione della Giornata dell’Africa, il Capo dello Stato è intervenuto pubblicamente per sottolineare ove siano – secondo lui – le radici del fondamentalismo :
«Bisogna evitare che interi territori si trasformino in rifugi logistici per le organizzazioni terroristiche internazionali, soprattutto laddove l’incontro tra un fondamentalismo militante e gravissime situazioni socio-economiche ha effetti dirompenti».
Situazioni socio-economiche da cui scaturisce il terrorismo? Ma su quale pianeta? Un’idea semplicemente assurda, frutto dei retaggi culturali marxisti del Presidente Napolitano. Mi spiace dirlo, ma è così. Se vogliamo curare i problemi dell’Africa, infatti, dobbiamo innanzitutto riconoscere le cause di quei malesseri. Cominciamo col dire, ad esempio, che in un continente povero le guerre non scaturiscono da lotte per la ricchezza, ma da demagogiche frange estremiste contrapposte (nazifascisti da un lato, rivoluzionari comunisti dall’altro) che mirano alla conquista del potere, per poterlo esercitare imponendo la propria visione dello Stato e della società. Ciò porta, ovviamente, alla guerra civile. Sostenere pertanto l’Africa con aiuti economici di varia natura, magari cancellando il debito, non è nell’interesse degli stessi martoriati popoli. Usciamo dai falsi stereotipi che i media c’impongono, nessun diplomatico in giacca e cravatta esige denaro dai dolci bimbi dei Paesi in via di sviluppo. Il punto è un altro : anche un infante capirebbe che, nel momento in cui si tolgono i paletti ad un regime da strapazzo con l’acqua alla gola, i kapò squinternati che abusano del proprio status possono agevolmente continuare ad imporre la propria dittatura. Col tacito consenso della comunità internazionale. E noi a batterci sempre il petto, da qui all’eternità.
L’unica soluzione realistica al gravoso declino delle suddette terre è coltivare i semi di una prima forma di industrializzazione, iniziare, cioè, a rendere il continente autonomo dal bisogno e dai bisogni. Parallelamente occorrerebbe sostenere quei leaders che si propongono come “uomini al servizio della democrazia”. Sì, dare denaro in cambio di maggiori diritti. Che paura c’è a dirlo?












