Festa della Liberazione
I totalitarismi, di qualunque colore politico essi siano, rappresentano ontologicamente il male assoluto. Tra la svastica del baffetto e la falce del baffone non vedo alcuna differenza. Quando vengono minati i postulati della libertà personale, a perdere e a rimetterci, è sempre il popolo. Per questo sono un anti-totalitarista ante litteram.
In occasione del venticinque aprile il revival è d’obbligo, ma c’è il rischio d’incappare nella logica della resistenza militante. Procedo perciò con ordine nel ricordo di quanti hanno contribuito a quell’avvenimento.
Ringrazio le truppe anglo-americane che hanno liberato questo Paese da una becera dittatura, consegnandolo all’Occidente e a quella liberal-democrazia che ancora oggi, nonostante tutto, molti agognano. Non rimprovero, pertanto, al governo statunitense i comportamenti di questi anni, conscio che in Iraq stanno tentando la stessa impresa per il bene di un altro popolo. Ringrazio i “veri” partigiani, quelli che non hanno ecceduto nella violenza nei confronti dei vinti, capendo che prima o poi una pacificazione col nemico di ieri sarebbe stata inevitabile, contribuendo in maniera decisiva all’edificazione della nuova Italia. Ringrazio gli oppressi del ventennio per aver mantenuto il timone della ragione durante la guerra. Ringrazio Matteotti, condannato alle strumentalizzazioni o all’oblio. Ringrazio i martiri delle foibe, nascosti con malcelato disgusto da una stampa rossa o titina. Ringrazio i padri costituenti, che hanno creato sulla carta un’Italia con mille imperfezioni, per ricalcare meglio lo spirito del popolo che si accingevano a governare. Occorre menzionare anche i ragazzi di Salò che, per esperienze umane diverse, hanno condotto la battaglia sull’altro fronte con identica tenacia. Sbagliando ovviamente, ma nella speranza che col contributo del loro sangue si potesse riscattare l’onore della Patria che, a torto, ritenevano infangato.
Questa premessa è essenziale per dare maggiore credibilità a quanto sto per scrivere.
Bisognerebbe ricordare la conclusione della guerra, l’esito del referendum costituzionale in favore della repubblica o, in alternativa, la formazione del primo governo democratico dopo anni di dittatura. E invece niente. Noi italiani preferiamo cullare le nostre memorie sull’esito di una guerra civile, rivangare le ferite di una spaccatura che ha dilaniato il paese, per concedere a qualche privilegiato di bottega la facoltà di discettare sulla Resistenza. A questo serve il 25 Aprile.
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