marzo 26, 2012

Per chi suona la campana

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Bisognerà intendersi, prima o poi, su quale differenza intercorre tra paese legale e paese reale, anche nelle minuzie della nostra miseria politica. Sì, perché la battaglia sulla permanenza o meno, nel nostro impianto legislativo, dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, appare più che altro un feticcio, una questione di principio, una traccia formale e poco sostanziale, un oggetto di culto di un’Italia in bianco e nero che non esiste più.

Qualunque lavoratore oggi si appresti a firmare un contratto con un’azienda non ha maggiori tutele rispetto ai suoi predecessori, anzi, nella stragrande maggioranza dei casi è soggetto ad una ventilata minaccia: è l’azienda stessa che stabilisce una misura cautelativa per sé, imponendo sottobanco al neo-assunto una lettera di dimissioni in bianco, uno strumento di garanzia per il datore di lavoro da esercitare al momento opportuno per ridefinire la struttura organizzativa in vista di una massimizzazione del profitto. E’ l’economia del ventunesimo secolo, bellezza. Si può discutere o meno sulla moralità di un modello economico che alimenta simili contraddizioni al proprio interno, si può tranquillamente disquisire sul legame dubbio tra vetero-capitalismo e liberalismo democratico, in un’ottica di tutela della posizione dell’individuo, ma la cifra di fondo resta la stessa: fatta la legge, quarant’anni or sono, trovato l’inganno. La Camusso lo sa, come Bersani e Bossi, ma gli esponenti di una classe politica e sindacale esautorata dalle proprie funzioni per manifesta incapacità preferiscono parlare del sesso degli angeli, di quanti diritti stiamo sacrificando in nome di una nebulosa promossa dal governo tecnico, senza sapere lo scopo o la fine ultima di un simile provvedimento. Nessuno dice che ce l’ha chiesto l’Europa ed il risultato è che Monti appare il bersaglio facile di fronte agli occhi dell’opinione pubblica: è come prendersela col bidello per le inadempienze del preside.

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