gennaio 18, 2012

Italia 92

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Ci sono due o tre questioni attinenti lo stato della nostra economia che vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori. Innanzitutto l’Economist ha lodato l’Esecutivo italiano per essere tornato protagonista sulla scena internazionale. Non succedeva praticamente dall’alba dei tempi, eppure l’analisi della prestigiosa testata non lascia margini di dubbio: Roma ha ritrovato una politica estera decorosa, incentrata su una laboriosa e complessa opera di mediazione diplomatica, volta alla tutela del sistema europeo nel quadro più ampio del riassetto delle finanze e del mercato del lavoro nazionale. Insomma, un plauso a Palazzo Chigi per la capacità di progettare interventi concreti. E, d’altronde, il lavoro da sbrigare ha davvero una mole imponente, se è vero – com’è vero – che l’indice di valutazione della libertà economica offerto dall’Heritage Foundation relega la nostra nazione fra i paesi “poco liberi”. Novantaduesimo posto, per l’esattezza, una collocazione invidiabile tra Libano, Azerbaijan, Honduras e Gambia.

A ciò va aggiunto un piccolissimo aneddoto riguardante la politica interna americana: sta facendo discutere, in queste ore, un articolo di Niall Ferguson sulle colonne del Newsweek Magazine. In tale analisi, il professore di Harvard stimola la riflessione su uno dei deficit più evidenti della destra repubblicana: l’incapacità di capire che un prelievo fiscale oculato, lungi dal redistribuire ricchezza a spese del merito, legittima il concetto di giustizia sociale in un’epoca d’instabilità e precariato, cosa ben diversa dalla tradizionale e marxiana lotta di classe.E’ un passaggio chiave che dovrebbe essere compreso a pieno anche all’interno del nostro scacchiere politico, almeno dalle forze “sane” della destra. Denunciare una sorta di oppressione fiscale da parte dello Stato, specie in relazione alla qualità dei servizi offerti, è legittimo e può servire financo a migliorarne la funzionalità. Essere indulgenti sull’evasione (vedi il caso Cortina) o tutelare i grandi patrimoni, richiedendo un altro sacrificio alle classi meno abbiente, è semplicemente assurdo e contrasta coi principi basilari di uno stabile ordinamento politico. La chiave di volta potrebbe essere la riforma elettorale: come ha scritto Macaluso ieri sul Riformista,

«oggi non c’è un governo, espresso da una maggioranza politica, che possa ripresentarsi alle elezioni per chiedere di essere confermato e non c’è un’opposizione politicamente omogenea. C’è una destra (non definita nelle alleanze), una sinistra (non definita nelle alleanze) e un centro (non definito nelle alleanze). E’ il caso, direi classico, in cui solo una legge proporzionale può ridefinire la consistenza dei partiti e le successive affinità».

A buon rendere.

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